strade_alla_marinara

Cicliamente ritorna. La moda di vestirsi da marinaretti in città. Non che ultimamente ci sia stata una recrudescenza del fenomeno, ma l’apparizione di due Henry Lloyd, la giacca imbottita di derivazione dalla cerata, prodotta dal celebre marchio inglese, in due giornate successive mi ha reso evidente come ogni pochi lustri un capo di abbigliamento lascia le coperte e naviga fino ai marciapiedi cittadini.

Senza avventurarsi nelle datazioni da paleontologo di quando vestivamo alla marinara, come cita il titolo dell’autobiografia di Susanna Agnelli, roba da prima della guerra (scegliete voi quale), in tempi personalmente storici posso ricordare almeno tre epidemie da capo tecnico divenuto tattico (se ce l’hai sei fico). Il Pea Coat, la giacca tre quarti doppio petto in lana idrorepellente su cui Marina Yachting ha costruito la sua fortuna ha avuto nel tempo un successo costante, ma non è mai stato una pandemia. Diciamo che è più una malattia esantematica: ogni anno ne spuntano dei casi, ma il telegiornale non ne parla.

Il primo apparire fu al debutto degli Anni 80 con i mocassini da barca, che poi rimane per me un mistero perché si chiamano mocassini visto che hanno le stringhe (addirittura anche intorno alla scarpa, non solo davanti) sarà la mania che hanno i velisti di usare un gergo tutto loro. Da allora è sempre rimasto nelle scarpiere quotidiane dell’uomo a modo, con la peculiarità di essere usato (tra chi va va in barca) molto di più sull’asfalto che sul teak.

Alla fine dello stesso decennio (che altrimenti per la moda ha tirato fori cose per cui un giorno gli stilisti saranno condannati: le spalline gonfie come paraurti di camion e le pettinature cotonate) arriva l’Henry Lloyd di cui sopra. Addirittura visse due momenti di entusiasmo, in versione monocolore, duro e puro, molto yachtsman inglese, e poi più aggraziato, con colletto colorato a contrasto e rivestito di velluto. Credo che più per il comfort, il tessuto aggiunto sull’enorme colletto fosse per mascherare la striscia di colla che si materializzava dopo qualche mese di utilizzo. Questa pennellata scura non aveva, in effetti, conseguenze su chi lo indossava ma sui vicini: sembrava unto lasciato dal collo e hai voglia a spiegare che tu le docce le facevi ed era un problema di assemblaggio.

Ultima apparizione, a fine 90, il bomber da vela, il sailor. Giubbotto corto, imbottito in pile nella versione invernale e fintamente impermeabile (prendeteci un’acquata come quelle che toccano ogni tanto in Tigullio e poi mi dite se può essere un sostituto della cerata).

Perché in città siamo così attratti dal mare addosso? Anche chi al mare ci va solo sotto l’ombrellone? Non credo che sia qualcosa che ha a che fare con l’idea di libertà o con la voglia di grandi spazi. Ma per chi le sceglie non spinto dalle pressioni del gruppo e della moda solo perché alla fine le cose che si usano in barca sono pratiche, ragionevolmente funzionali (sicuramente come capi da tutti i giorni e non tecnici) e anche se non possono essere definiti capi eleganti hanno un loro stile, che poi è quello che rimane.

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