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La domanda che mi sentivo fare più spesso quando dicevo che ero un professionista in regata era:
«Cioè fai le gare in barca e ti pagano per farle?», mi chiedeva l’incredulo di turno. Anche perché in genere arrivava dopo che avevo spiegato perchè i miei spostamenti erano sempre posti tipo Porto Cervo, Saint Tropez, Portofino, Cannes, Punta Ala, Plama di Mallorca
«Beh… si», rispondevo quasi con imbarazzo (ho trovato sempre imbarazzante dichiarare di guadagnare da una pratica che per gli altri è fonte di spesa. Peccato che non la pensino così anche le varie Polizie municipali).
«E chi ti paga?»
«L’armatore, che paga anche il vitto, l’alloggio e le spese di trasferimento».
«E che vince?»
«Se vince… Una coppa».
«E basta?!», sgranava gli occhi.
«In qualche regata c’è in palio un Rolex, ma anche in questo caso con quello che ha speso per la regata se ne comprava uno per sé e uno per la moglie, di orologi».
E a questo dialogo succedevano sempre due cose in rapidissima sequenza: la bocca dell’interlocutore curioso si apriva in un «Ah!» secco e gutturale, mentre l’espressione diventava quella di chi si sta immaginando un poveretto (l’armatore) che butta via quattrini per portare la gente in mare senza guadagnarci nient’altro che una coppetta (che chissà perché si pensa di pessimo gusto, forse è colpa delle corse campestri a scuola e dei trofei consegnati in quelle occasioni: più di un osservatore Onu li ha giudicati contrari alla convenzione di Ginevra). Ora, l’idea che andare in barca sia stracciare quattrini mentre si sta vestiti sotto la doccia fredda non è una cosa nuova, ma se lo dicono quelli che in barca ci vanno, va bene, un po’ l’humor inglese (che quel modo di dire se lo sono inventati), un po’ la voglia di prendersi in giro che hanno i velisti e soprattutto la vocazione alla sofferenza (se uno non ha un reale desiderio di soffrire non sceglie il mezzo più lento, scomodo e faticoso per andare per mare) ed ecco qua che un paradosso è diventato proverbio. La cosa che traumatizza te velista è quando vedi che quel pensiero è la prima cosa che salta alla mente anche a chi di vela non sa nulla e si basa solo sulle informazioni che ha ricevuto.
Certo, gli armatori ci hanno messo del loro. Fino a qualche anno fa, bastava presentarsi in banchina con infradito e bermuda (sempre, però, anche a gennaio, non solo da giugno a settembre) per dirsi professionisti ed essere creduti. Bastava il look e un po’ di abbronzatura, ma una volta capito che non si doveva fare il cambio di stagione nell’armadio e trovato un salone dove fare le lampade, l’imbarco pagato era assicurato. L’apice c’è stato durante la stagione dei Mumm 30, a fine Anni 90. Orde di ragazzotti si mischiavano ai professionisti reali (ce ne sono, intendiamoci, e anche di molto seri e preparati, anche se, altra assurdità, il lavoro di velista non è contemplato come professione) e a suon di gettoni quotidiani, decoravano le varie barche impegnate nelle tante regate che allora si tenevano lungo lo stivale. Certo, parlavano da professionisti, si conoscevano tra loro, avevano l’infradito di ordinanza, ma se alla maggior parte di loro chiedevi: «e che esperienze hai avuto?», c’erano ottime possibilità che ti rispondessero: «beh, ho fatto Caprera, poi sono andato in crociera in Corsica con gli amici quest’estate» (probabilmente era in Corsica lo spacciatore di infradito).
Ma gli armatori pur di avere il professionista a bordo raccattavano qualsiasi cosa. E anche quelli che chiedevano (anche a voce) il curriculum o delle referenze, non è che guardassero troppo per il sottile al ruolo.

Oggi quei tempi son lontani, un po’ la crisi ha segato le velleità agonistiche di molti armatori. Poi c’è stata l’abbondanza di ottimi professionisti disponibili, «quei boni de Copa» rimasti a piedi dopo il discioglimento dei team impegnati nelle varie Coppe America dal 2000 al 2007. Io ho scelto di fare un altro lavoro, andando in barca solo con amici. Per il bene della vela e delle regate, però, mi auguro una sola cosa, che la gente che va in barca, armatore, semplice appassionato o professionista con o senza infradito lo faccia prima di tutto perché gli piace e poi perché ci sono i soldi. No dai, vabbe’, per i professionisti le ultime due priorità possono essere invertite.

 

 

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