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preferisco_stare_nel_metsCi sono alcune prove che un velista deve aver superato per poter guardare un altro velista dritto negli occhi. Partecipare al Mets (Marine Equipments Trade Show) di Amsterdam è una di quelle. Molto più qualificante degli altri saloni nautici perché non mette in mostra barche, ma accessori: se vai là sei davvero uno che se ne intende.

Dura tre giorni, densi come il nucleo di una stella a neutroni. si entra in contatto con tutti i produttori di qualsiasi cosa possa venire in mente a chiunque abbia anche solo visto una barca. Dall’azienda che produce pannelli in legno intarsiato da 2000 euro al metro quadrato per le cabine armatoriali dei gigayacht, all’inventore della pompa che ti svuota la sentina della barca grazie alle cime di ormeggio (esiste, lo giuro).

La partenza (per i 9/10 degli italiani che partono da sopra il 45esimo parallelo) è con il volo easyJet da Malpensa delle sette di mattina del martedì. Facce da sveglia alle quattro che devono barcamenarsi tra il desiderio di riaddormentarsi in volo e il continuo incontro con qualcuno da salutare. La giornata passa veloce, piena sia per chi espone sia per chi visita. C’è da fare per tutti. Solo gli stand cinesi sono trattati ancora un po’ con distacco. Non sono riuscito a capire se è perché ancora non ci si fida dei loro prodotti o solo perché sono poco raffinati nell’esposizione (“Butta là e fai vedere che ce l’hai” è il nome dello stile di allestimento scelto dai figli del Celeste impero). Loro se ne fregano, aspettano e anche se non lasciano trasparire nessuna emozione è chiaro che pensano: «fate un po’ come volete, tanto tra due anni avrete tutti il bilancio in Remnim Bi».

Alle quattro del pomeriggio c’è sempre una presentazione cui non si può mancare. La parte lavorativa dura circa 15 minuti, poi spuntano le birre e i mojiti e la giornata prende tutta un’altra piega. Il fatto che siano presidenti, amministratori delegati e general manager a riempire i bicchieri rende tutto molto professionale: mette a posto la coscienza dei convitati che possono dire di aver passato un sacco di tempo con i vertici dell’azienda (non si specifica mai nel dettaglio di cosa si è parlato, anche perché dal terzo mojito in poi, nei discorsi le vocali superano di gran lunga le consonanti) e mette a posto la coscienza dell’azienda che sa che per quel giorno nessuno dei concorrenti riceverà più un visitatore (e se li riceve, difficilmente sono comprensibili con tutte quelle vocali che si portano dietro).

La sera c’è il liberi tutti. I presupposti sono: uomini senza famiglia al seguito, con colleghi e lontani da casa. Siccome Amsterdam ha sempre quel fascino del proibito, la tentazione di trasgredire è irresistibile per i più. E siccome l’età delle canne e dei coffee shop è superata per quasi tutti, rimane il richiamo del quartiere a luci rosse (che comunque pullula di posti dove fumare). Qui, tra le mitiche ragazze in vetrina, si aggirano gruppetti tra lo spaventato e l’eccitato. Parlano piano e ridacchiano e per evitare di farsi riconoscere si tirano su la sciarpa fino al naso. Poco importa se sulla testa, per ripararsi dall’umido, lascino il cappellino dell’azienda che il giorno rappresentano. Questa tecnica mimetica è sfruttata anche per abbattere l’immagine di un’azienda concorrente: gli espositori più bastardi usano cappelli e giubbotti dei marchi concorrenti.

In ogni caso l’organizzazione è perfetta, non una sbavatura e alla fine ti dicono anche grazie. Non per niente ci sono espositori da tutto il mondo: australiani e neozelandesi compresi che si sobbarcano un giro del mondo in aereo, per tre giorni di esposizione. Ecco, se gli organizzatori di fiere italiane (Genova e Seatec in primis) facessero una salto ad Amsterdam per rubare un po’ di modus operandi, non sarebbe mica male.

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