E dopo la prima parte dedicata a tattiche e sicurezza arriviamo alla differenza di prestazioni. Quando si inventa una barca nuova, o una classe nuova come gli AC72 (gli AC45 erano monotipi e quindi tutti uguali) all’inizio ogni team progettuale persegue certe vie che reputa più vantaggiose per dare la maggiore velocità alla sua barca. Poi arriva il momento degli scontri in acqua e si vede chi c’ha azzeccato. E allora tutti evolvono la barca più veloce.

Ai Mondiali del 1991 degli Iacc, il Moro di Venezia 3 era infinitamente più veloce delle altre barche, e studiandolo il sindacato di Bill Koch, defender, riuscì a fare una barca più veloce (e che vide la poppa del Moro solo in una regata). Ancora peggio andò anche nella Coppa del 2000, la prima senza un team americano in regata: Luna Rossa incrociò a prua di New Zealand una sola volta e non vinse neanche una prova. Eppure entrambe le edizioni sono ricordate come due delle più entusiasmanti. Soprattutto dagli italiani che disquisivano di strambate e coperture in lay line invece che di fuorigioco e moviola.

La velocità non è necessaria, la finale del 2007 tra Alinghi e New Zealand o l’ultima regata del 2000 tra Luna Rossa e America One con le barche che vanno a cinque nodi valgono di più di tutta l’edizione del 2013. Intanto aspettiamo di vedere la Coppa vera, magari ritornerà il match race e vedremo il solito cinema di incroci coperture e virate. Ma il problema è quello sopra esposto: sono le velocità relative a contare, non quelle assolute. Se le barche vanno uguali c’è spettacolo altrimenti no. E gli spruzzi, le telecamere in acqua e le manovre tirate piacciono a tutti.

I costi sono esagerati. Non è vero, questa Coppa è costata ai team quanto quella numero 32. Là si parlava di almeno 70 milioni di euro per un team che volesse avere qualche chanche di arrivare in finale della Luois Vuitton Cup. Oggi, a spanne, le spese per la barca non sono state molto diverse da quelle di allora: sei milioni per il cat, tre per l’ala e uno per i foil. Il resto è equivalente, logistica, stipendi ecc. Non sono stati i costi a spaventare i potenziali challenger. Di sicuro una scarsa trasparenza e lungimiranza programmatica è mancata. Diciamo che sono state sbagliate le scelte di marketing fatte dagli organizzatori, una per tutte: non prevedi un commento in italiano quando in finale hai un team italiano?

Questo non è andare a vela, fanno cose che noi non facciamo. Fate una cosa: andate su YouTube e cercate una qualsiasi manifestazione sponsorizzata dalla Red Bull in cui ci sia qualcuno che si adopera in una specialità sportiva che avete praticato anche voi. Ora rispondete: fa la stessa cosa che fate voi? Rispondo io al posto vostro: no. Vi ha entusiasmato? Rispondo ancora una volta io: si. Non c’entra nulla se quello che vedete è lo specchio di quello che fate all’invernale del Tigullio. L’importante è che quello che vedete vi tenga incollati allo schermo. E secondo me queste barche hanno le potenzialità per farlo. Magari poi saranno buttate via (ma non sarà buttata via la ricerca che loro hanno prodotto, altrimenti inarrivabile, su scafi – e multiscafi -, appendici, ali rigide, materiali e tecniche di costruzione), ma se avessero avuto tempo e uomini le cose sarebbero andate diversamente.

Pensate a una Coppa con 15 partecipanti, o anche solo con 10: non credete che le cose sarebbero andate diversamente? E tutti questi team non ci sono solo perché ogni equipaggio deve mettere in mare due scafi per volta invece che uno?

 

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