Deve aver avuto un nonno che gli raccontava storie bellissime, il piccolo Knut. Anni prima di navigare per gli oceani del mondo e decenni prima di gestire la Volvo Ocean Race. E oggi quelle storie gli mancano. 

 

«E come mancano a me», si dev’essere detto, «mancheranno anche a un sacco di gente». E così ha deciso di spostare, il sempre biondo, ma ora occhialuto signor Frostad, l’attenzione sulle emozioni. Non solo una gara, prima di tutto un coacervato di storie. «Le regate oceaniche in solitario da questo punto di vista sono avvantaggiate, perché devi porre l’attenzione su un uomo solo, mentre alla Volvo hai otto marinai in barca, è più difficile fare emergere la storia», però è questo quello che c’è da fare.

 

Non a caso quando un giornalista gli ha chiesto quale velista vorrebbe a bordo di un monotipo nella prossima Volvo Ocean Race, ha citato: Loick Peiron, Michel Desjoyeaux, Grant Dalton e Giovanni Soldini. A parte l’attempato neozelandese, protagonista di più giri del mondo in equipaggio, tutti gli altri sono oceanici solitari, principalmente. E tutti sono in grado di raccontare storie.    

 

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