Da quando il mio babbo è morto, ormai nel febbraio del 2011, non ho mai sentito il bisogno di andarlo a trovare al cimitero. So perfettamente che dietro a quella pietra con un nome e due date sopra ci sono sono solo la buccia e il nocciolo di babbo.

La polpa, il profumo e il sapore che mi hanno cresciuto e che mi mancano almeno una ventina di volte al giorno non sono lì, ma in tutto quello che mi ha lasciato con il suo dire e il suo agire. Non ultima la passione per la barca e per il mare, che sono stati così fondamentali da diventare il mio lavoro. Per questo una sofferenza grande, e ancora mal digerita, è stata quella di dovermi separare dalla barca che lui mi aveva lasciato, ma vivendoci a 500 km di distanza e usandola per pochi giorni all’anno sarebbe invecchiata ferma e questa cosa mi sembrava ancora più grave.

 

Babbo Vito l’aveva chiamata Spepa, l’appellativo che in Toscana si riserva alle bambine vispe e un po’ chiacchierone: una ragazzina tutto pepe, ma più simpatica. Lui non l’aveva mai tenuta attaccata a una banchina per più di tre giorni di fila. Anche da malato, quando si regalava la sua uscita in mare, ritornava apparentemente sano. Due mesi prima che il cancro avesse ragione del suo corpo, voleva andare in testa d’albero a sistemare il segnavento. «Dai, babbo, vado io», gli dissi, l’ultima volta che uscimmo a navigare insieme. Non lo fermai dall’arrampicarsi perché pensavo non ce la facesse, ma perché gli lasciavo il compito di dirmi se il Windex era posizionato dritto oppure no: il comandate a bordo è sempre stato lui, per fortuna.

 

Portarci i nipoti, poi, lo riempiva di gioia. Poter trasmettere l’amore per la vela ai suoi cuccioli e vedere quanto loro in barca, e con lui, ci stessero volentieri gli dava, mi disse una volta: «la stessa emozione che hai quando sei innamorato». Ho preferito così, lo scorso anno, dare Spepa a qualcuno che la facesse navigare e che continuasse a portare in mare quell’oggetto e con lui lo spirito di babbo che ancora li dentro è rimasto, infilato tra le spire delle sartie, tra i comenti del teak in pozzetto, dentro il tavolo da carteggio e infilato in ogni gavone, in ogni drizza e scotta e bozzello e winch e tutto quello che c’è a bordo. Spepa è impregnata di babbo quanto il vetro lo è del poliestere nella vetroresina che compone il suo scafo. Qualche giorno fa, mi è arrivata questa foto appena scattata da Oris Martino D’Ubaldo, un appassionato navigatore, un uomo saggio che ha trasformato la sua passione in lavoro tanto da essere oggi un competente architetto navale. Ecco, quando l’ho vista mi è esploso dentro tutto il babbo che non avrei mai potuto trovare davanti a una lapide. A Oris dico grazie. A mio babbo… beh, mio babbo se può leggere questo sa già cosa gli dico ogni volta che lo penso.

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