Era un marinaio, ma questo l’ho capito molto tempo dopo. Lo vedevo tornare tutte le sere, più o meno alla stessa ora, tra le sei e le sei e cinque. 

Rimane, per me, un mistero perché non ci sia stata una sola volta in cui la bicicletta di quell’uomo sia apparsa portandoselo in sella prima delle sei. Di per sé, quell’individuo avanti con gli anni, ma non vecchio, non aveva nulla che lo distinguesse dalle centinaia di persone che puoi trovarti attorno in una città come Milano. 

 

Lo avevo notato una sera di novembre del 2010. Il cortile del palazzo dove presumo abitasse era illuminato da due fari che disegnavano ciascuno un cono chiaro in uno spazio altrimenti buio. Io stavo guardando fuori cercando di ricordare non ricordo cosa e lo vidi arrivare. Mi apparve a destra, come un lampo nero, una macchia scura in movimento nel primo dei due coni di luce, quello più vicino al cancello d’ingresso. Guardai d’istinto la seconda doccia di bagliore artificiale bagnare di chiaro il terreno e fu allora che vidi per la prima volta quello che non sapevo essere un marinaio alle prese con la sua manovra d’ormeggio. 

 

La dinamica fu meravigliosa. Appena la ruota anteriore della bici fu schizzata di luce, il ciclista s’alzò sui pedali e con un gesto lento, ma elegante staccò il piede destro dal cinetico supporto che lo sosteneva e con un ampio cerchio lo portò sopra la sella. Poi, continuando il suo movimento rotatorio, ma stavolta in discesa, lo pose a sinistra del piede mancino, che invece rimaneva ben saldo sul suo pedale. Giunta a terra l’estremità inferiore destra del bipede, le ruote del velocipede si stopparono immantinente. Quando anche la seconda scarpa ebbe calcato il patrio suolo, con una spinta in avanti alla superficie terrestre, il timoniere con in mano il manubrio, si fece ruotare in senso orario di un emiciclo che si concluse con la bicicletta perfettamente parallela alla ringhiera che chiudeva una parte sopraelevata del cortile. Vista l’armonia che aveva governato la situazione fino a quel momento, ai tempi parse anche a me ovvio che la distanza finale tra telaio e ringhiera fosse uguale alla lunghezza di una catena con lucchetto già presente proprio lì accanto.

 

Da quella sera lo vidi spesso, compire quella manovra. Se nei primi giorni fu un caso, dopo una settimana era già diventato un rituale. Che non so perché mi sapeva di salmastro. Mi ricordava il mare. La prima volta che arrivò con cinque minuti di ritardo vissi quell’attesa un po’ con ansia. «Non gli sarà mica successo qualcosa pensai», vissi ancora una decina di secondi di disagio e quando lo vidi apparire fui sollevato, poi, senza neanche vedere l’ormeggio, guardai l’ora, come se avessi dovuto rimproverarlo per essere arrivato con… ecco: ben cinque minuti di ritardo! 

 

Per anni è stato il mio rituale delle sei. Le volte che durante la settimana non mi trovavo in ufficio, alle sei me lo immaginavo  rincasare, sempre nel suo binomio piroettare. Lo vedevo bene quell’uomo sempre vestito di blu. Tutte le sere, sole o luna che ci fosse, vento o pioggia che passasse. Ormai lo conoscevo, anche se non lo avevo mai incontrato. 

 

Sei mesi fa dovevo andare a recuperare un cliente alla stazione centrale. Arrivo da Torino del treno mio per interposta persona al binario 12 ore 18,10. Alle 18,04 ero in testa al binario 11 da cui, avevo letto, stava per partire (ore 18,07) un convoglio per Genova. Fu in quel momento che lo vidi, lì sulla banchina a fumarsi una sigaretta prima di salire sul suo vettore. Il ballerino della bicicletta, come l’avevo chiamato fino ad allora. Fu in quel contesto assolutamente insolito dopo una relazione così monotona sin dalla seconda sera che trovai il coraggio di rivolgere la mia voce a quella persona. Mi avvicinai e gli raccontai tutta la nostra storia, compresa l’idea di mare che mi dava.

 

Lui spense la sigaretta e mi sorrise. Buttò il mozzicone in un cestino dei rifiuti e mentre il capotreno incitava: «Signori, in carrozza!» mi disse: «Sto andando a Genova perché domani parto. Con una coppia di amici e mia moglie, che in questo momento è su ad aspettarmi, affrontiamo il giro del mondo in barca. Abbiamo venduto casa a Milano, non crediamo di tornare». «Signore, salga, dobbiamo partire!», si inserì il capotreno. Al che il marinaio, ormai nel vagone, concluse: «Sulla bici non ti eri sbagliato di molto, mi piaceva arrivare a casa e ripetere la manovra di ormeggio che per anni avevo fatto con la mia vecchia barca ogni volta che…». Le porte si chiusero e il treno si portò con sé il resto della storia. Non so dove sia il mio marinaio in questo momento, ma sono sicuro che se non Milano, adesso anche a lui manca un po’ la sua bicicletta da ormeggiare. A me manca molto.

 

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