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Dunque, a Palma de Mallorca Flavia Tartaglini ha vinto la medaglia d’oro al Trofeo Princesa Reina-Mapfre 2013. Vinta di imperio con due primi nelle due medal race dell’ultimo giorno. Poi… basta medaglie italiane, nonostante ci fossero tutte le classi olimpiche in regata.

 

Se non fosse stato ancora per il windsurf e per la bella Fiamma Gialla romana (è una finanziera: e pensare che c’è chi dice che si spaventa quando vede la divisa grigia) la trasferta tricolore sarebbe tornata a casa con ben poco: un nono posto nel debuttante Nacra 17, il catamarano con equipaggio misto, grazie a Vittorio Bissaro (FV Malcesine) e Silvia Sicouri (Compagnia della vela Grosseto) che hanno vinto anche l’ultima regata; e un ottavo di Giulia Conti (CC Aniene) e Francesca Clapcich (CS Aeronautica Militare) nel 49er femminile. Gli altri sono tutti risultati in doppia cifra. Ho riportato volutamente i circoli di appartenenza perché se si elencano tutti salta evidente una cosa (vi risparmio la lista, se volete vedere i risultati italiani andate qui (http://www.federvela.it/vela-agonistica/news/trofeo-princesa-sofia-mapfre-oro-flavia-tartaglini).

Le nazioni che vincono sono sempre quelle: paesi anglosassoni con prevalenza britannica (l’union jack non ha sventolato solo su tre podi delle 11 classi in regata è dura da ammettere ma è vero: Britannia rules the waves e non vale dire che alle Baleari gli inglesi sono di casa: si parla di velisti sobri in aprile, non di bagnanti ubriachi di luglio), poi i francesi, i danesi, gli olandesi e i tedeschi, con qualche acuto di Grecia, Spagna, Brasile e (appunto) Italia. Quindi nei paesi più medagliati c’è qualcuno, o qualcosa, che fa funzionare lo sport velico. Al di là delle singole scuole (il Laser Standard è cosa neozelandese e australiana, così come il Radial è roba danese o i Nacra olandesi), sembra che ci sia un coordinamento tra le varie classi e i vari club, specie nel Regno Unito, in Australia e in Nuova Zelanda e Danimarca. Forse le federazioni locali gestiscono direttamente le squadre veliche nel complesso?

Per quanto ci riguarda, invece, si nota che i circoli che portano gli atleti in giro sono sempre gli stessi e sono pochi. Neanche 30 su oltre 750 società affiliate alla Federazione Italiana Vela (Fiv). Domanda: se solo 30 circoli hanno delle vere squadre agonistiche, che cosa fanno gli altri 720 per lo sporti italiano? Magari hanno delle ottime scuole vela o organizzano solo regate d’altura, ma non è ancora un po’ poco l’impegno? Gli atleti si formano sui campi di regata, dopo che hanno finito le scuole, e agli istruttori si sostituiscono gli allenatori. Come pensiamo di arrivare preparati alle prossime Olimpiadi se a tre anni  da Rio 2016 lavora solo il quattro percento scarso dei potenziali formatori? Però diamo merito a chi ha lavorato, a partire dal Circolo Canottieri Aniene, presieduto dal neo chairman del Coni Giovanni Malagò, che di equipaggi a Palma ne ha portati una mezza dozzina (e in genere sono stati quelli più in alto in classifica, in un ipotetico campionato italiano realizzato in base a questi risultati).

A ragionare sui freddi dati sembra che l’educazione degli sportivi sia affidata esclusivamente alla volontà del singolo, in questo caso della singola associazione. Certo c’è la componente economica, l’Aniene è di sicuro più ricco della Compagnia della vela Grosseto (per citarne uno di quelli che sono nati da poco ma già hanno degli atleti in coppa del Mondo), ma non è solo un problema di soldi (tralasciamo il discorso sponsor: un velista italiano è attraente per la pubblicità quanto una maratona per un infartuato). La cosa che salta pèù a l’occhio è di come alla base ci sia sempre l’attività di un promotore particolare. Basta vedere, come esempio, il windsurf olimpico italiano: è dominio della Lni di Civitavecchia (unica eccezione la Tartaglini), il 49er funzioni meglio in Adriatico e sul Garda, Lago che si spartisce le laseriste più forti di casa nostra insieme a Bracciano. Si nota anche che la Guardia di Finanza abbia molte più soddisfazione dall’acqua di quante ne tragga la Marina Militare, paragonabile per risultati all’Aeronautica Militare. In ogni caso le forze armate hanno delle squadre sportive che lavorano: quindi chi vuole fare lo sportivo prenda in considerazione il fascino della divisa, potrebbe essere l’alternativa tricolore al campus stelle e strisce.

Insomma, sembra, ma è solo una sensazione guardando le classifiche di una appuntamento (che per quanto importante è sempre parziale) che la Federazione non sia ancora abbastanza coinvolgente nello spronare le società e nel coordinare una vera palestra per i giovani velisti. Perché non fare come gli spagnoli nel tennis? Si trovano i potenziali campioncini e si allevano, istituzionalmente. Magari si può incentivare le società a cercare prima e a donare poi gli atleti in cambio di aiuto per gli altri sportivi rimasti in forza al circolo. Tu mi fai allenare un tuo giovane promettente e io ti do le barche per gli altri tuoi atleti oppure ti pago il 50% delle loro trasferte sui campi di regata. È ok qualsiasi altro aiuto che vada comunque a vantaggio di circoli e di ragazzi che poi devono rimanere i primi beneficiari di tutta ‘sta manfrina, visto che saranno loro a prendere la barra in mano. Cominciamo?

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