Prima di tutto i fatti. La notte del 29 novembre, durante la seconda tappa della Volvo Ocean Race da Città del Capo ad Abu Dhabi, il Volvo Ocean 65 norvegese Team Vestas Wind mentre naviga a circa 20 nodi, si schianta contro il reef a 250 miglia dall’Isola di Mauritius.

 

L’equipaggio abbandona la barca. Il povero monotipo rimasto senza poppa, strappata dai timoni rimasti bloccati sulla roccia, è piantato in mezzo metro d’acqua. Mentre sui social network i navigatori da tastiera cominciano a dire la loro (chi pro e chi contro), trovando responsabilità, spiegando perché questi qua sono una massa di mentecatti o, in alternativa, perché sono stati solo sfortunati, e dimostrando che (quasi) tutti quelli a casa ne sanno più di quelli in mare, l’equipaggio costretto su questa bella isola tropicale, smonta tutto lo smontabile dalla barca. Sulla scogliera, oltre allo scafo ormai ridotto a un rifiuto speciale, rimane solo l’albero, ancora al suo posto. La prima dichiarazione del team è: «è stato un errore umano».

 

All’inizio lo skipper australiano Chris Nicholson, uno con quattro Volvo Ocean Race sulle spalle, si assume tutte le responsabilità, poi il navigatore olandese Wouter Verbraak dice: «la colpa è solo mia: non ho zumato abbastanza sulla carta elettronica e ho usato una risoluzione troppo bassa». Lunedì 8 dicembre arriva la laconica conferenza stampa ufficiale. Da Abu Dhabi, equipaggio, sponsor e organizzazione dichiarano: l’errore c’è stato, ma poi tutto si è svolto nel migliore dei modi. La barca sarà portata via «nello stato in cui si trova o in un altro stato», cercando di minimizzare l’impatto ambientale, anche se non sarà per nulla facile e che utilizzeranno la lezione per migliorare ancora le dotazioni di bordo e i sistemi di navigazione. Vestas, lo sponsor Powerhouse, e la Volvo Ocean Race, faranno di tutto per permettere all’equipaggio di continuare la regata probabilmente da Sanya. Visto che la barca è inutilizzabile il tentativo è costruirne un’altra e farla arrivare in Cina. Dove, aggiungo io, presumibilmente, sarà allestita con il materiale recuperato.

 

Non ci sono alibi

A questo punto della vicenda che cosa si è imparato? Innanzitutto che un piccolo errore può avere conseguenze disastrose. Verbraak e Nicholson avevano controllato il percorso prima della partenza, verificando che la profondità lungo la rotta era sempre tra i 3000 e i 40 metri. Però non basta: anche se sei convinto di avere un oceano a disposizione devi zumarti al massimo della risoluzione ogni singolo punto della rotta che devi affrontare. Il navigatore avrebbe dovuto farlo, vero, ma se non fosse successo quello che poi è accaduto tutti lo avrebbero considerato un peccato meno che veniale. Secondo: nonostante il danno alla barca sia stato definitivo, nessuno si è fatto male. Quando fermi 17 tonnellate lanciate a 20 nodi contro un muro di corallo, è difficile che non ci siano conseguenze per l’equipaggio, eppure non è successo. Sarebbe stato interessante se dall’organizzazione ci avessero detto come è stato possibile (glielo avevo chiesto, non hanno risposto). Probabilmente la canting keel sollevata sopravvento si è appoggiata sulla barriera corallina invece di schiantarcisi contro, le daggerborad sollevate non hanno offerto resistenza e i due timoni strappando la poppa hanno fatto decelerare invece che arrestare la barca.

 

Terzo:  l’organizzazione e la preparazione dell’equipaggio hanno contribuito a contenere i danni. Nel video si vede bene che dopo lo schianto, a parte qualche «shit!» smozzicato in pozzetto, nessuno inveisce contro nessuno, ma si chiamano per numero tutti i velisti a bordo per verificare come stanno e cosa fare. Quarto: nel giro di poche ore dalla barca è stato recuperato tutto ciò che ancora è utilizzabile. Quinto: in un equipaggio di matrice anglosassone chi sta al vertice non cerca responsabili, ma dice: io sono lo skipper, io sono quello che deve fare funzionare tutto, se tutto non funziona la colpa, in conclusione, è mia. Sesto: il responsabile materiale non cerca alibi. Settimo: l’errore umano è inevitabile, ma c’è sempre una lezione da imparare per evitare di commetterlo ancora. Ottavo: che anche nel 2014 una regata intorno al mondo la vince l’equipaggio più preparato dal punto di vista umano, perché puoi avere tutti gli ausili tecnologici che vuoi, ma se non porti la barca nel modo migliore con le mani e con la testa, prima di te arriverà qualcun altro.

 

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