Non barcolla come Martin Eden appena sbarcato, ma come l’eroe raccontato da Jack London nell’omonimo romanzo, il velista in terra è riconoscibile anche se non apre bocca. Basta sapere cosa guardare. I polsi innanzitutto.

Uno che va per mare avrà qui, al termine dell’avambraccio, almeno un “gioiello” (o, per lo meno, quello che per il velista è un gioiello): il braccialettino di corda, meglio se intrecciato o con un nodo marinaro sopra. Alcuni virtuosi, in genere quelli imbarcati sulle barche d’epoca, arrivano a eseguirsi delle auto impiombature con mini cime a tre legnoli. In alternativa, alla base delle mani sfoggia le colorate bande di gomma con il nome di una regata o, meglio, i nastrini usati come pass agli appuntamenti da fichi (Giraglia, Middle Sea Race, Pirelli, Volvo Ocean Race  ecc).

 

velista a terraChiedi l’ora

Se non c’è traccia di bijoux c’è sempre lorologio da regata. Un Suunto dà la garanzia di essere di fronte a uno che il mare lo affronta con la stessa semplicità con cui si guarda l’ora. Modelli più di nicchia indicano snobismo (tutti i velisti lo sono e ne abbiamo già parlato a lungo da qui in poi). I marchi di alta orologeria, da Rolex a Omega, Audemar Piguet, Panerai ecc hanno tutti modelli dedicati alle regate o alla vela in genere con il doppio denominatore comune: avere il countdown da regata ed essere cari come il fuoco. In più,  mettono in evidenza che il velista è pure armatore.

velista in terraLa maglia non sbaglia

Non vi fate trarre in inganno dalle magliette. Mi spiego:  se le scritte sono troppe e troppo evidenti (tipo le cose che fa Gaastra, per capirsi -non ce ne voglia la casa di moda, fanno anche cose molto belle); se indicano generici e improbabili yacht club e regate con disegni di barche approssimate o fuori luogo, tipo catamarani simil-Hobie per fantomatiche Oceanic Race; se sono su canottiere (eh sì, spesso i due fenomeni convivono, con conseguenze disastrose sul look e sull’umore di chi osserva) ecco se almeno una di queste ipotesi si verifica NON siete in presenza di un velista. Il velista vero indossa solo magliette con il nome della barca su cui (si immagina) ha regatato o delle regate cui ha partecipato (si continua a immaginare). Se trovate qualcuno che ha la maglietta dell’evento durante quello stesso evento state certi che NON è un velista di quelli veri (c’è ‘sta cosa che sia da sfigati, perché, si dice che: «in questo modo fai vedere che non hai altre magliette adeguate da metterti», perché anche quando si sta tra velisti ci si veste da velisti, sennò non vale). I fianchi del marinaio possono riservare qualche utile indizio: le cinture con i nomi delle barche più toste o delle regate più imporanti per qualche anno sono stati un must: occhio, chi la indossa non è uno di primo pelo. Se poi ha quella del Moro di Venezia XXVII America’s Cup, allora vince su tutti.

velista in terraBorse delle mie brame

Attenti a zaini e borse: sono di marche tecniche anche quando si va a sciare o a lavoro: tra uno scomodo zaino Henry Lloyd-Musto-Slam e un comodo Invicta, il velista sceglie sempre il primo. L’alternativa, ma ormai tenuta in vita solo da qualche signora, è la borsa prodotta con le vele usate (credo che sia in assoluto l’accessorio “da velisti” prodotto in più versioni e da più aziende, peccato che sia difficilissimo trovare lo stesso marchio a due edizioni consecutive di un qualsiasi salone nautico, eppure non dovrebbero spendere troppo in materia prima…). Il sailor col pile, il classico giubbotto da barca, dopo qualche anno di diffusione universale, si è di nuovo ritirato nelle riserve in cui vivono e si vestono i velisti, oggi è quasi una prova sicura se è di un marchio “nautico”. Attenzione, però, che accanto ai modelli classici esistono i nuovi giubbotti, più tecnici nel taglio, nei tessuti e anche nei colori (se a un capo qualsiasi gli metti delle toppe, dei rinforzi e dei cambi di tessuto, anche a capocchia, diventa tecnico e aggiornato. Almeno fino alla prossima collezione in cui quanto sopra avrà posizioni e funzioni opposte, ma sempre tecniche e aggiornate).

scarpeAttenti ai piedi. E alle mani

Le scarpe da barca anche in piazza del duomo possono trarre in inganno, cercate le tracce di sale vicino alle stringhe: il velista non pulisce mai le sue scarpe da barca (anche se dovrebbe usarne altre, quando è in terra, ma sai com’è: la vanità vale di più del teak in coperta). Se poi vedete due persone che parlano e a un certo punto uno dei due mette le mani di taglio, inclinate dalla stessa parte (anzi, sbandate) e parallele tra di loro… già avete capito. Ah, le mani, intese come palmi callosi, sono poco affidabili: quando siete in barca guardate quanti guantini da vela che salvaguardano la pelle da scottature e abrasioni saltano fuori dalle borse. Molti velisti hanno mani come quelle di Dan Akroyd-Louis Winthorpe III in Una poltrona per due.

velaLa prova del nove

Se, alla fine, vi rimane qualche dubbio fate una prova. Dite a voce leggermente più alta della conversazione di sottofondo (di modo che vi si senta, non che sembriate un pazzo che urla): «ho strambato bene perché ho messo subito la scotta spi nella campana», ecco, se a quel punto c’è qualcuno che si volta verso di voi con sguardo tra la disapprovazione, il rimprovero e la compassione («poveretto, senti che cazzate dice questo» è, insomma, lo sguardo che riassume il suo pensiero) ecco, avete trovato il vostro velista in terra.

 

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