Da Vilankulos si levano in volo i piccoli aerei rubati al film Casablanca. In sette minuti atterrano sulla pista erbosa di Bazaruto annunciata da dune ciclopiche di sabbia dorata alte 130 metri che si formarono più di 125 mila anni fa per un improvviso innalzamento delle acque. È l’arcipelago delle Bazaruto, cinque isole sparse nel tratto di mare 10 miglia al largo delle costa del Mozambico, pochi chilometri a nord del Tropico del Capricorno, dichiarate parco marino del WWF nel 1971 con l’indipendenza del travagliato paese africano.

Un’elitaria solitudine
La vita di Bazaruto e Benguerra, le isole principali dove non è arrivato neppure l’eco delle vicissitudini della terraferma, è cambiata con l’apertura dei lodge, di proprietà sudafricana, costruiti nel rispetto della natura. Sono solo quattro, in legno, camere letti a baldacchino, parquet in mogano, pareti in canne. E accolgono i nuovi Robinson inglesi, americani e qualche italiano, che snobbano le più mondane Seychelles o Mauritius,  attirati dallo snorkeling e dal diving nell’acquario tropicale dei reef, ma soprattutto dalle eccezionali battute di pesca. Senza attese snervanti però. Basta mezz’ora e si catturano enormi king  fish e barracuda. In questa Mecca del big game, l’incontro più emozionante è con il  black marlin che appare, tra novembre e marzo, nelle acque profonde del Canale di Mozambico: qui è stato pescato un esemplare di più di 400 chili, la preda più grossa mai catturata in Africa. Gli abitanti ritornano la sera a bordo dei dhow, i sambuchi in legno colorato di origine araba dalla classica vela latina carichi di pesci e di aragoste vendute a 3 dollari al chilo sulla costa del Mozambico. Perché questa è l’ultima Africa, avvolta in un’elitaria solitudine. Pochi indigeni che abitano nelle casette di paglia condividono il silenzio delle spiagge dove si possono fare chilometri camminando sulla sabbia bianca senza incontrare anima viva. Soltanto procellarie, egrette, crab plover, il piviere dei granchi, dalle penne bianche, le sottili zampe azzurre e il becco nero che setaccia la battigia alla ricerca dei gustosi crostacei.

Bazaruto, la vita legata ai flussi delle maree
Sono i lodge, costruiti negli ultimi anni, a ritmare la vita dell’arcipelago. Bazaruto, l’isola madre, 37 chilometri di lunghezza e 11 di larghezza, è una spiaggia unica, legata ai flussi delle maree che, a seconda delle fasi lunari, rivelano spettacolari distese di coralli colorati. A pochi metri dal mare, si affacciano i 23 chalet in legno dell’Indigo Bay Resort, rinnovato completamente nell’agosto del 2001, ognuno con veranda attrezzata con chaise longue e tavolini per far colazione. La più spettacolare è la suite, una vera e propria villa sul mare con giardino e piscina privata. Alle spalle le gigantesche dune, piccola catena montuosa lunga otto chilometri, tappa delle escursioni a piedi, in jeep, ma soprattutto in sella ai sei cavalli boeri che cavalcano sulla cresta e scendono al mare, lungo la spiaggia a perdita d’occhio. I meno sportivi raggiungono Pansy island, lingua di sabbia incastonata nel mare turchese che deve il nome al simbolo dell’arcipelago, il dischetto bianco con il disegno inciso a forma di stella, residuo del guscio di riccio. Sull’isoletta disabitata compaiono gazebo, sdraio, ombrelloni e picnic. Per un’occasione speciale si organizza una cena a due con tavola imbandita, serviti da impeccabili camerieri. Davanti, il Two Miles reef, acquario tropicale che deve il nome alla larghezza del canale che separa Bazaruto da Benguerra: si nuota fra pareti di gorgonie, pesci pappagallo dalle sfumature azzurre e blu, branchi di guppy, una cascata giallo e blu, mante agitano le pinne come ali. E se è quasi impossibile avvistare un dugong, un mammifero marino quasi estinto che ricorda le mitiche sirene, forse una specie di elefante marino approdato qui dalla zona subantartica, può capitare di avvistare al largo, da aprile a luglio,  l’immenso squalo balena, assolutamente innocuo, dalle sfumature marroni, lungo venti metri che arriva a pesare anche dieci tonnellate. A richiesta si può affittare il lussuoso catamarano dell’hotel con equipaggio che raggiunge anche le isole più remote, come Bengue, disabitata.

Nel nord
Ma si può anche scegliere di passare una mezza giornata a North Point, sulla punta estrema a nord dell’isola o a Santa Carolina, più nota come Paradise Island, annunciata da un albergo abbandonato dall’architettura stile Soviet, una cattedrale nel deserto di sabbia bianca. Ma è l’unica costruzione, il mare attorno è un calediscopio di azzurri e blu. Ritornando a Bazaruto, al tramonto vale la pena di un’ arrampicarsi sulla collina sabbiosa dominata dal faro:  si fa un po’ fatica, ripagati dalla vista spettacolare sull’arcipelago. Ma l’isola è tutta una scoperta. In jeep si attraversa la savana punteggiata di ciuffi di lilium rosa, alberi di casuarina, felci giganti, si raggiungono i piccoli laghi dalle acque limpide come la Laguna Lengue o il lago Maobe che interrompono la savana punteggiata di arbusti contorti. Osservando la superficie si vedono strane forme, simili a tronchi lunghi qualche metro: sono i coccodrilli, nell’isola si contano circa 450 esemplari. Qualche chilometro e compaiono i flamingo, i fenicotteri rosa: specie protetta come i 125 tipi di uccelli che nidificano tra la macchia spinosa. Una salvaguardia perseguita per anni da Paul Dutton, un ambientalista sudafricano del Fondo mondiale della natura che  è riuscito anche a convincere gli isolani a smettere di pescare con la fiocina le testuggini lungo le barriere coralline.

Benguerra: dune, mare mozzafiato e silenzio

Una foresta di palme nane ricopre Benguerra, l’altra isola colonizzata, grande la metà di Bazaruto, a meno di un’ora di navigazione. Anche qui dune a perdita d’occhio, mare mozzafiato e silenzio. Non ci sono porte e le finestre non hanno vetri nei tredici bungalow su palafitte del Benguerra Lodge, sulla costa occidentale, protetta dai venti: solo veneziane in giunco, bianche zanzariere sui letti a baldacchino,  ventilatori a pale, niente telefono e televisione. Costruire il lodge è stato un’avventura: tutto è arrivato a bordo dell’Anna, la mitica nave, unico trasporto dell’arcipelago fino agli anni Novanta. Davanti i dwon scivolano leggeri, sospesi nell’acqua limpida, circondati da uccelli marini che volteggiano in cerca di cibo. La sera, sui tavoli illuminati da candele, si avvicendano le portate dello chef, dall’insalata di granchio ai pesci di giornata e ai crayfish, le saporite aragostine. La storia delle pescate straordinarie dell’arcipelago è raccontata dalle fotografie sbiadite appese alle pareti del Marlin Lodge, l’altro resort di Benguerra: è il più raffinato, rigorosamente in legno, poltroncine chiare, qua e là uno strumento musicale africano.

Quando cala la notte, l’atmosfera africana avvolge l’arcipelago. Con i versi delle samango monkey, le scimmie che si nutrono dei frutti degli alberi di mango, i canti degli uccelli marini, il profumo dei fiori più intenso, quasi inebriante. “Quando verrà il tempo di lasciare il Mozambico, di salutare la sabbia e il mare, si sarà travolti dalla saudade, il languore nostalgico dei lusitani” cantava negli anni Settanta Bob Dylan.

Photo Credits: Mozambique Tourism (www.mozambiquetourism.co.za, [email protected])

© Sailing & Travel Magazine 2013 – Riproduzione rIservata

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