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Fenicotteri Rosa - Bolivia

Una chiromante che vende pronostici, un suonatore di fisarmonica con il cuore immalinconito da una donna che lo ha lasciato, una ramera, una meretrice che ha come unico affetto l’albero che cresce nel suo cortile. Bisognerebbe affrontare il deserto di Atacama in compagnia dei passeggeri del mitico convoglio Longitudinal Norte che lo attraversa, protagonisti di I treni vanno in purgatorio di Hernan Rivera Letelier. Perché nessuno come questo ex minatore diventato scrittore per caso, insignito di premi letterari, ha saputo raccontare il mondo colorito e tragico del deserto più arido e inospitale del pianeta (solo 60 millimetri di pioggia all’anno), striscia di sabbia infuocata di 42.000 chilometri quadrati sul Tropico del Capricorno, tra oceano e Ande, dalla Cordillera del sal al vulcano Licancabur, verso il confine con Bolivia e Argentina.

Qui non ci sono le morbide sinuosità del Sahara, il mare di dune appena increspate, e neppure i miraggi a cui ci ha abituato il deserto africano. Ogni cosa è scarna, aguzza: le rocce sembrano torri, templi, statue di dei crudeli. I colori sono violenti, metallici come il fuoco da cui ebbero origine: il granata rivela il ferro, il verde livido tradisce i solfati e i carbonati di rame, il giallo le vene sulfuree.

È l’avamposto di altre solitudini come il Salar de Uyuni, l’immensa distesa di sale bianco accecante incastonata tra le Ande, un paesaggio lunare di 12 mila chilometri quadrati a 4000 metri di altezza creato dall’evaporazione del lago Minchin, grande come la Francia, che diecimila anni fa cominciò a ritirarsi. Ma qui ci attendono altre emozioni, le lagune più spettacolari del mondo, incastonate nei vulcani, rifugio di fenicotteri rosa, che diventano smeraldo, rosse, ocra nelle varie ore del giorno. Come la Chaxa colonizzata da migliaia di fenicotteri con le gambe altissime e sottili  che si levano in volo in una nuvola rosa.

Ai piedi del Cerro Negro, le sfumature rossastre annunciano la Laguna Colorada, sessanta chilometri quadrati, profonda circa 80 centimetri. Poi, pian piano cambia colore: le alghe che crescono rigogliose nelle sue acque, a seconda delle ore e delle stagioni, regalano incredibili pennellate di intensi viola, cupi granata, luminosi giallo ocra. Una pista usata per i rifornimenti dei minatori porta al bacino dei geyser di Sol de Manana, un paesaggio dantesco dove ribollono conche fangose e soffiano, tra riflessi variopinti, fumarole dall’intenso odore di zolfo.

Più rassicurante il paesaggio ai piedi del Cerro Polques, 50 chilometri a sud: alle Termas de Polques l’acqua che sorge in piccole pozze dal terreno non supera i 30 gradi. Qualcuno ne approfitta per riscaldarsi mani e piedi intirizziti dal freddo pungente. E sono ancora i laghi, piccoli, uno accanto all’altro, l’attrazione del Salar de Chalviri, a est, rifugio di colonie di fenicotteri e anatre. La strada prosegue tra montagne color ocra, supera un passo a 5000 metri, raggiunge un aspro pendio che sembra un giardino curatissimo punteggiato di enormi rocce posate, si dice, personalmente da Salvador Dalì.

Si rimane a bocca aperta davanti allo specchio della Laguna Verde, 17 chilometri quadrati, uno smeraldo immenso incastonato tra le montagne, grazie al magnesio sciolto nelle acque. Il colore dell’acqua cambia a seconda delle ore: a volte è verde blu, poi giada, ma anche azzurro chiara, quasi trasparente. Il vento la polverizza in pulviscoli d’argento, che volano sulle rive.

Sullo sfondo, il Licancabur, 5930 metri di altezza, la montagna del popolo, vulcano spento di quasi sei mila metri. Su un picco, un condor, signore delle vette, gli occhi vitrei e acuti, le grandi ali lucenti ripiegate, attende la sua preda.

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