cheffigata

Ragionare per alternative è facile: è questo o quello. Si dice che l’uomo è abituato a riportare sempre il problema della scelta alla doppia opzione. Approfitto quindi dell’opportunità che mi è data dalla nostra specie per dividere a metà il mondo dei velisti. I “cheffigata!” da una parte e i “meglioprima” dall’altra.

I cheffigata, detti anche “cheffi”

I cheffigata! (detti anche: cheffi) sono entusiasti di qualsiasi innovazione tecnologia appaia sulle barche. Disponibilità personale permettendo (ma possono contrarre debiti per permetterselo) a bordo non si fanno mancare nessun gadget, accessorio, miglioria. Che sia un winch elettrico, una pastecca di 20 grammi più leggera del modello precedente o un sistema di navigazione che interfaccia il frigo di bordo con internet e quando la mozzarella di bufala sta per finire fa partire l’ordine al caseificio slowfood più vicino al porto di destinazione (e se non ne trova uno, imposta da solo una nuova rotta, figurati se al giorno d’oggi non si trova una mozzarella di bufala…).

I “meglioprima”, detti anche “glioprima”

I meglioprima, detti anche: glioprima, rifiutano tutto ciò che collegano al nuovo. E iniziano ogni frase con l’avversativa: ma «Ma dai, che gusto c’è a regolare le vele con un pulsante?», «Ma che sei pazzo?! Il gps? E se si guasta?! No, no, io faccio il mio bel punto nave con bussola, carte e squadrette», «Ma se hai bisogno del bowthruster vuol dire che non sai timonare» e via rifiutando. La curiosità è che il rifiuto vale solo per ciò che è apparso sul mercato dopo la loro nascita come velisti: quel che c’era prima va bene. Sono intolleranti a intolleranza mobile. Per cui, in un ipotetica famiglia di glioprima, il nonno userà ancora le bigotte al posto dei bozzelli, il padre mette dei bozzelli in coperta, ma rifiuta il taglio triradiale del genoa e il figlio, che magari può accettare anche l’idea di usare i filetti di lana sulle vele, in compenso non saprà mai neanche quanto pesa un salvagente personale autogonfiabile che quelli col polistirolo dentro funzionano da dio e li usi anche come cuscini.

Bassani-Brenta vs Tabarly

Insomma: tanto assorbenti i primi quanto refrattari gli altri. I cheffi credono che la coppia professionale più importante del secolo scorso non sia Mogol-Battisti, ma Bassani-Brenta. Per loro, il nome più dirompente nella cultura occidentale dopo Niccolò Copernico è stato Wally Yachts. Si chiedono come potesse esistere il vento prima dell’invenzione delle carte con le isobare. Gli glioprima hanno una riverenza istintiva per ognuno sorpreso in pozzetto a impiombare una cima a tre legnoli; ritengono gli Hallberg-Rassy a volte un po’ troppo modernisti e in fondo in fondo provano un brivido di invidia per Eric Tabarly, il navigatore francese. Non perché sia morto in mare, ma perché dopo aver girato in lungo e in largo il mondo in solitario, con equipaggio ridotto, in regata, in crociera e per lavoro, è sparito in mare una notte durante un trasferimento in equipaggio verso un raduno di barche d’epoca. È morto pur di non mettersi mai il salvagente come non se lo era messo per tutta la vita: non amano la sua fine, ma la sua coerenza.

I “fima”, ibridi tra “cheffi” e “glioprima”

Attenzione, però c’è anche una categoria ibrida. Non quella delle persone normali che introducono a bordo quello che sembra sensato per diminuire fatica o scomodità, indipendentemente dalla data di brevetto. No, la categoria ibrida è quella dei fima, crasi tra cheffi e glioprima: va bene tutto quello che c’è di nuovo, ma deve sembrare vecchio. Gli armatori dei J Class attualmente naviganti sono i campioni dei fima: barche con linee del 1930 ma con a bordo più carbonio di un bombardiere stealth B2. Voi, da che parte siete?

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