Andrea, iniziamo facendo un passo indietro: l’emozione di correre regate come la Route du Rhum, partecipare e vincere…
«Sono sfide in cui metti l’anima. La parte più affascinante è quella di navigare in spazi aperti, senza limiti. È vela allo stato puro, dove tu devi soltanto dormire per riposarti, mangiare per nutrirti e poi correre, correre, correre…»

In regata, quanto dormi a notte?
«Poco. Se la situazione è buona, con il pilota automatico che governa bene, allora puoi dormire anche un paio d’ore, poi ti svegli e fai un altro paio d’ore. Se le condizioni sono difficili non dormi niente, per cui in alcuni momenti appoggi la testa solo venti secondi, sufficienti a permetterti di tirare avanti per altri venti minuti.»

Mai sofferto di solitudine?
«L’ho avuta all’inizio, la prima volta che ho fatto questo tipo di regata. Ora non ce l’ho più, visto che in navigazione le 24 ore non ti bastano: regoli le vele, fai una telefonata a casa, dormi, mangi… E lì di tempo ne perdi tanto, perché bruci molto e quindi hai bisogno di fare anche otto pasti al giorno, mangiando chili di roba. Insomma, il tempo non ti basta mai…»

Momenti di distrazione?
«Nei rari momenti in cui sono sereno e ho un po’ di tempo ascolto musica, ho una playlist enorme. Non ho canzoni preferite, ma ascolto spesso Ennio Morricone. Poi passo dalle colonne sonore di ogni tipo alla musica italiana. Associo quello che vedo alla musica, e sogno ad occhi aperti.»

Mai provato paura in mezzo all’oceano?
«Si, nei momenti di sonno irresistibile, quando sei al limite delle forze. Se le condizioni sono brutte e non puoi permetterti di dormire nonostante la necessità di farlo, allora hai paura, perché sai che di non poter lasciar sola la barca, e finisci col rischiare di essere sbalzato fuori, non avendo nemmeno l’equilibro o la forza per stare in piedi e per tenerti.»

Finita la regata, come vivi il ritorno alla “vita normale”?
«All’inizio è bellissimo rivedere la gente, dormire in un letto fermo, senza pensieri, senza preoccupazioni. Poi dal secondo giorno inizi a dormire male, ti senti come un pesce fuor d’acqua, e hai voglia di ripartire.»


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Perché l’oceano?

«Perché in queste regate c’è molto rispetto, non badano al tuo curriculum o al conto in banca, ma hanno rispetto per te per il solo fatto che stai andando in mare ad affrontare quella sfida, a metterti in quelle condizioni. Nella vela oceanica c’è un grande rispetto reciproco. Quando sono arrivato a Guadalupa venivo salutato dai grandi dell’Imoca 60 come un loro pari, si vedeva, lo respiravo nell’aria. E questo mi ha fatto davvero molto piacere. Nelle regate in Europa tutto questo purtroppo non c’è. C’è molta competizione, invidia, gelosia. Ecco perché preferirei andare su una barca oceanica pagando, piuttosto che in un’altra classe, pagato, ma con persone che non mi piacciono. Poi quello che mi affascina e mi appassiona è portare tutta la tecnologia acquisita in una vita dedicata alla vela, tra coppa America, classi olimpiche e regate d’altura, in queste barche oceaniche. La tecnologia è sempre più presente, fino a ieri i velisti erano più che altro grandi marinai, ma non grandi tecnici. Oggi devi essere completo per fare queste regate.»

La baia più bella che tu abbia mai visto?
«Difficile dirne una, posti come Les Saintes a Guadalupa o Los Roques in Venezuela sono meravigliosi, ma credo che il golfo di Teulada sia unico nel suo genere. In particolare sono molto legato a Cala Zafferano, per me è la spiaggia più bella del mondo. Se c’è maestrale è molto protetta, se invece c’è scirocco giri il capo e vai a cala Ligusta, un gioiello, undici metri di acqua tutta di sabbia, fondale perfetto, protettissima dallo scirocco e con spazio per poche barche. Se poi vai ancora oltre ci sono le dune di Porto Pino, altro posto spettacolare. Sono tutti posti bellissimi, anche perché non c’è mai l’affollamento che trovi al nord. Qui non ci sono tanti servizi a terra, puoi trovare solo un campeggio, un market e una pizzeria, niente di più. E senza una discoteca o un ristorante non ci viene nessuno, visto che la gente va dove va la gente.»

Però proprio vicino a uno dei posti da te citati stanno costruendo il Malfatano Resort, 150mila metri cubi di cemento in uno dei luoghi più belli del mondo. Ti preoccupa?
«Non voglio aprire bocca su quel progetto, non so come abbiano potuto permettere una cosa del genere, hanno già demolito una collina che arrivava sul mare e la spiaggia di Tuerredda sarà rovinata: l’acqua smeralda diventerà schifosa, sarà solo un gran via vai di barche e gommoni e diventerà impossibile andarci. Questo succede perché in Italia non c’è mai stata attenzione per l’ambiente, sono solo interessi, poteri politici, soldi.»

La vela è solo competizione?
«Assolutamente no, anzi per me la crociera viene forse prima delle regate. Io ricarico le batterie in crociera. Fosse per me non farei fare regate da giugno a settembre, quel periodo è bello per le picchettate con gli amici a bordo, le grandi mangiate, i bagni e il divertimento estivo con tutto ciò che il mare offre. Senza andare vestito in divisa, sudando e lavorando.»

In crociera con che barca e con chi?
«Ovviamente se l’obiettivo è quello di stare tranquilli in rada la cosà più bella è andare con la donna che si ama. Ma devo dire che ogni tanto facciamo gite con soli uomini, però solitamente andiamo a pescare. Per quanto riguarda la barca, negli ultimi anni ho fatto crociere con il Vento di Sardegna, ha caratteristiche che altre barche non hanno, tipo il pozzetto gigante e una grande stabilità, non rolla, non beccheggia… Per questo piace molto alle donne! Certo, pesca molto, quindi ho il limite di non posso andare vicino alle spiagge, però ho tutto: si dorme molto bene a bordo, ho l’acqua calda, il boiler, il barbecue, e arrivo fino a 2500 litri di acqua dolce… insomma, ho tutto quello che mi serve!»

E per quanto riguarda le regate, ti piace navigare in Sardegna?
«Il golfo di Cagliari è bellissimo per navigare a vela, c’è sempre vento o da nord o da sud, il clima è bellissimo e quindi è perfetto per andare a vela. Io sono nato e cresciuto qui, ho imparato ad andare a vela in questo golfo che mi ha insegnato veramente tanto per le condizioni meteo che ci sono, molto varie, ventose e con onda. È necessario promuovere l’Isola. È paradossale, ma la gente conosce Porto Cervo ma non lo associa alla Sardegna. Tanto che nel simbolo che ho messo sulla mia vela alla route du rum mi è stato chiesto di specificare dov’è la Sardegna. E quindi sulla vela, oltre alla scritta Sardegna multicolore c’è anche un logo che ha fatto una pittrice, la stessa che ha dipinto la fiancata della barca, dove si vede la Sardegna esplosa rispetto al Mediterraneo, proprio per indicare “noi siamo qui”.»

L’Italia sembra però sempre più in crisi dal punto di vista velico: Soldini non è riuscito a partecipare alla Volvo Ocean Race, Mascalzone si è ritirato dalla Coppa America, Venezia Challenge è stato solo un bluff. Perché in nazioni come Francia e Spagna è diverso? In fondo la crisi economica esiste per tutti…
«Al di là della crisi, uno dei problemi più grandi dell’Italia è certamente la mentalità sbagliata. Negli altri paesi ci sono velisti che fanno tanti record, ogni anno ci sono eventi planetari e si continua a parlare grossi numeri. Da noi invece a volte passa più di un anno senza che ci sia nulla d’importante di cui parlare. In Francia, per esempio, sembra il calcio mercato, lo posso vedere dalla quantità di mail che mi arrivano ogni giorno. C’è un movimento molto grande di skipper che vanno e vengono, con sponsor enormi nel campo bancario e assicurativo. Evidentemente c’è più passione per il mare, c’è sempre stata, è una cosa di cultura. In Italia no. In Sardegna poi non siamo un popolo di marinai, la storia ci insegna che i problemi arrivavano dal mare, la gente quindi si rifugiava nell’interno, nelle montagne, nei nuraghi, e questo probabilmente è rimasto nel dna di questo popolo. A tutti piace il mare ma pochi vanno a vela, e non è solo una questione di costi. Il problema è che la gente a volte ha paura del mare.»

Possibili soluzioni?
«Credo serva soprattutto una maggior interazione con il pubblico. Se tu crei l’attrattiva, la gente arriva e alcuni finiscono per innamorarsi della vela iniziando a praticarla. Basti guardare a cosa succede nei post Coppa America, con tutte le scuole di vela piene. Peccato però che sia una cosa che dura una stagione e poi finisce.»

Dove ti vedi tra dieci anni?
«Ancora su queste barche, finché il fisico regge, o comunque sempre in mezzo all’oceano. Il pensare di partecipare a regate a bastone non mi crea emozioni, la vela oceanica è completamente diversa: è un evento importante dove rischi anche la vita, devi stare molto attento, e servono circa 3 anni di preparazione, in cui è necessario allenarsi tutti i giorni lavorando moltissimo sulla barca. Più passano gli anni, più mi piace stare in mezzo all’oceano a navigare, è un’emozione forte, con una adrenalina provocata da uno spirito di avventura che vivi ancora prima della partenza…»

Niccolò M. Pagani

© Sailing & Travel Magazine

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