Tra pochi mesi Michele Zambelli, romagnolo classe 1990, sarà a Plymouth sulla linea di partenza della Ostar, una delle regate più dure e affascinanti di sempre. Un passaggio obbligato nel cammino di tutti i velisti oceanici. Dopo l’incontro di 4 anni fa, a Guadalupa, al termine della Mini Transat, siamo tornati oggi a parlare con Michele: della strada fatta finora e dei suoi obiettivi, ma anche delle sue paure e del tipo di vita che fa un ragazzo che ha scelto di fare il velista oceanico.

Michele, cosa ti aspetti da questa Ostar?
«Sono molto ottimista: è una regata democratica, perché è low budget e puoi partecipare con qualsiasi barca. E dunque puoi vincere con qualsiasi barca.»

E hai già pensato a cosa fare dopo?
«Inizieremo a pensare alla Route du Rhum, pian piano continueremo questa crescita esponenziale che stiamo facendo, come barca, come team e, purtroppo, anche come budget necessario. Ma è l’unico modo per diventare adulti e riuscire a realizzare i propri sogni. Anche se spesso in Italia non è così semplice.»

Già: secondo te perché in Italia la vela è così poco seguita?
«Credo che il motivo dipenda dal fatto che sia estremamente difficile riuscire ad immedesimarsi in un velista. Prendi il calcio: chiunque sia in grado di colpire una pallina e mandarla in porta, può sentirsi anche solo per un istante come Cristiano Ronaldo che segna davanti a 80mila tifosi al Bernabeu. Uno che non ha mai messo piede su una barca a vela non può sapere cosa si provi, cosa voglia dire andar per mare. Quello che facciamo noi è difficile da raccontare.»

E poi mancano i personaggi…
«In Italia, gli ultimi velisti conosciuti da tutti sono stati Giovanni Soldini e Ambrogio Fogar. Ma erano tempi diversi. Oggi noi velisti passiamo gran parte del nostro tempo a costruire siti web per promuoverci, a preparare power point per possibili sponsor, a fare video marchette per far felici i clienti. Mi sento spesso più un venditore che un velista, e anche dall’esterno si perde gran parte della poesia dell’andar per mare: diventa difficile trasmettere la purezza di questo sport.»

Hai citato Soldini: che rapporto hai con lui?
«Con Giovanni c’è un rapporto bellissimo, mi sta aiutando molto in vista della Ostar, ne ha fatte sei e mi sta dando una gran mano. Tra qualche giorno andrò a casa sua per gli ultimi consigli, lo guardo sempre con grande ammirazione e ogni volta penso a quello che mi disse una volta Cino Ricci: tu copia finché puoi, poi quando è il momento sorpassa! (ride, ndr)»

Parliamo della vita di bordo: quanto dormi quando sei in Oceano?
«La regola base è di non dormire mai per più di 20 minuti a volta, altrimenti entri nel sonno profondo e rischi di non riuscire a svegliarti. Io penso sempre di avere micro-sonnellini fatti a pasticca, devi sparartene almeno una dozzina al giorno per non sbroccare. In questo modo riesci a dormire almeno 4 ore ogni 24, il minimo per non rischiare danni.»

Danni di che tipo?
«Le prime volte mi capitava di avere allucinazioni, soprattutto uditive. Mi sembrava di sentire delle voci nel vento, magari voci familiari, e timonavo in una specie di trance. Anche se sapevo che non potevano essere vere, le lasciavo parlare, e mi facevano quasi piacere. Una volta mi è capitato di avere anche allucinazioni visive, e mi sembrava di vedere un’immensa colonna in mezzo al mare: quando arrivi a quel punto, sai che sei quasi nella mer… diciamo alla frutta!»

E per il cibo come fai?
«Quando con il Mini avevo solo 6 metri e mezzo di barca, mangiavo solo polvere, quindi prodotti liofilizzati e disidratati, che poi ti lasciavano bruciori di stomaco per ore. Ora che ho una barca più grande (circa 9 metri, ndr), ho a disposizione una pentola a pressione con cui faccio tutto, posso sbizzarrirmi.»

Addirittura? Ti metti a cucinare in mezzo all’oceano?
«Ti dico la ricetta: prendi la pasta cruda, la metti nella pentola, ci aggiungi la salsa che vuoi, copri tutto con acqua fredda, chiudi la pentola e cuoci tutto a pressione per una decina di minuti. Viene benissimo, e non hai il problema di scolare l’acqua bollente con i rischi del caso.»

Quindi non ti manca niente quando sei per mare?
«In realtà mi manca tutto: la terra sotto i piedi, i profumi, il poter parlare con qualcuno, la possibilità di imparare cose nuove. A volte poi sei costretto a star chiuso in 4 metri cubici, con fuori un oceano infinito, ed è facile annoiarsi e iniziare a riflettere su quello che sto facendo, se è la strada giusta o se sto soltanto perdendo il mio tempo. Insomma, come dice la canzone: “E guardo il mondo da un oblò…”»

A proposito di musica: cosa ascolti?
«Non sento tanta musica per mare, perché mi distrae, ma quando la ascolto, è soprattutto Paolo Conte. Le sue canzoni mi fanno amare quello che faccio, mi fa tornare la passione nell’andar per mare. Invece ascolto moltissimi audiolibri, soprattutto saggi sulla prima e seconda guerra mondiale: quando penso a quei soldati, miei coetanei, che si trovavano ogni giorno a lottare per la vita, mi diventa più semplice riuscire ad affrontare i problemi di bordo. Sono sciocchezze a confronto, e allora tutto mi sembra più facile

E il film della vita?
«Su tutti, sicuramente “Braveheart”: inseguire un’ideale così forte come la libertà, non mollare mai nemmeno sotto tortura, sono cose che mi danno carica.»

Quando ti senti davvero a casa?
«Quando sono stato a lungo in mare, e riapro la porta di casa mia. Bisognerebbe guardare attentamente gli occhi dei navigatori al ritorno a casa: tornano purificati, hanno una luce diversa.»

Allora, anche se sei giovane, niente vita dissoluta tra sesso, droga e rock & roll?
«Ma figurati! A bordo sei privato di tutto, hai fame, sonno e sei fisicamente a pezzi, e allora devi essere estremamente disciplinato, prima di tutto con te stesso, per non perderti.»

Quindi vuoi dire che come ogni marinaio che si rispetti, non hai una donna in ogni porto?
«Assolutamente no! A parte che sono felicemente fidanzato da 4 anni con Giulia, ma anche se volessi ti assicuro che i porti sono vere e proprie sagre della salsiccia! (ride, ndr)»

È difficile per Giulia starti accanto vista la vita che fai?
«Come si dice in questi casi, mi supporta e mi sopporta. Ma soprattutto, è lei la vera dura della coppia. Quando stavo per mare, senza satellitare, per tante settimane, lei non poteva che aspettare e avere un’immensa fiducia in me. Senza aver paura, altrimenti la sua vita diventerebbe un inferno: non può che aspettare, sapendo che prima o poi torno a casa. Lei è la mia Penelope.»

E tu invece, hai mai avuto paura?
«Paura ce l’hai ogni volta che molli gli ormeggi. Sei più che altro consapevole del fatto che avrai paura, che ci saranno problemi, che navi immense ti passeranno a pochi metri di distanza rischiando di affondarti, che affronterai tempeste e colpi di vento. Molti si bloccano proprio nel momento fatidico, e non partono più. Invece devi chiudere gli occhi e lanciarti nel buio. Da lì in poi, non puoi più permetterti di aver paura: devi essere sempre sul pezzo, e piano piano diventi magicamente uomo.»

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