Non è stata una decisione semplice quella di Andrea Fantini e Alberto Bona, quando lo scorso 9 Novembre, a cinque giorni dalla partenza della Transat Jacques Vabre, a causa di un danno riportato dall’impatto con un OFNI (oggetto flottante non identificato) sono stati costretti a cambiare rotta e ritornare presto in sicurezza sulla terra ferma.

I due navigatori si sono diretti a sud-est, verso Lisbona, per la conta dei danni al loro Class40 ITA 55 Enel Green Power, e stabilire se continuare o meno la gara. I due oceanici, al momento dell’impatto con l’oggetto spazzatura, erano al largo del Portogallo, in un’ottima 8° posizione a 3.450 miglia dall’arrivo a Salvador de Bahia.

A seguito dell’ispezione tecnica si sono riscontrati importanti danni al sistema della timoneria e lo Shoreteam di ITA 55 Enel Green Power, insieme ai partner, ritenuto che non ci fossero né le condizioni né il tempo per sistemare l’imbarcazione, ha ufficializzato al Comitato organizzatore il proprio ritiro dalla Transat Jacques Vabre. Abbiamo raggiunto Andrea e Alberto per farci raccontare meglio l’episodio.

Fantini e Bona: ecco cos’è successo

Andrea e Alberto, buona la vostra partenza in questa edizione 2017 della TJV, eravate in 8° posizione, poi cosa è accaduto? Perché avete deciso di abbandonare la regata?

«Stavamo andando molto bene. Considerate che io e Alberto siamo arrivati alla partenza della TJV in debito di giorni di navigazione, essendoci dedicati soprattutto alla preparazione della barca nei mesi da agosto a ottobre. Dopo la partenza in condizioni toste abbiamo preso il ritmo abbastanza in fretta, i primi giorni sono stati duri ma eravamo “sul pezzo”, abbiamo fatto solo un piccolo errore al passaggio del fronte virando 10 minuti troppo tardi e perdendo acqua preziosa. Eh sì, eravamo in ottima posizione e vedendo cosa è successo a livello meteo dopo il nostro incidente il rimpianto è grande perché eravamo veramente ben piazzati. Poi mentre navigavamo con spi abbiamo sentito un colpo bello forte sul timone di dritta, era proprio il momento del cambio turno quindi eravamo attivi entrambi. Alberto è andato subito sotto a controllare la paratia del timone, io in pozzetto a guardare da sopra e cercare di mantenere il controllo della barca. Il timone era staccato dalla sua sede e “ballando” stava spaccando lo scafo, entrava acqua abbastanza velocemente e lì abbiamo subito capito che il danno era piuttosto grave». 

Qual è stato il vostro primo pensiero dopo esservi accorti che qualcosa non andava? E cosa avete fatto per la vostra sicurezza?

«Il primissimo pensiero è stato “porca miseria qui abbiamo spaccato qualcosa, regata finita”, ma è durato un nano secondo. In quei momenti lì non c’è tempo di aver paura o di pensare ad altro, devi trovare una soluzione subito, rimanere mentalmente lucido, passare in rassegna rapidamente le opzioni e gli strumenti a disposizione e metterti al lavoro. Non stavamo affondando, ma la priorità della sicurezza ti costringe a rivedere in un lampo tutte le priorità. Ripensandoci, in quel delirio la collaborazione e l’interazione sono state perfette. Abbiamo virato in cappa, sbandato la barca sul lato sinistro e assicurato il timone di dritta con una cima per sfilarlo e lasciarlo andare in acqua senza perderlo. Per tappare il buco abbiamo usato un pannello di composito che ci eravamo portati “just-in-case”, l’abbiamo tagliato tondo e incollato con una resina a presa rapida fatta apposta per lavorare a contatto con l’acqua. Poi abbiamo laminato strati di vetro sopra al “tappo” per essere sicuri di bloccare l’ingresso dell’acqua e mettere in sicurezza la barca. Nel frattempo avevamo già azionato le pompe di sentina. Raccontata così in un minuto forse non rende l’idea, ma ci è voluto un bel po’ a fare tutto».

Quali danni ha avuto l’imbarcazione e cosa pensate di fare ora?

«Timone danneggiato per l’impatto, tutte le boccole rotte, persi cuscinetti e componenti varie, scafo danneggiato mentre il timone – uscito dalla sua sede – gli sbatteva contro. Tanto per cambiare abbiamo fatto un po’ di cantiere (ridono, ndr). Abbiamo riparato il danno qui a Lisbona, abbiamo quasi finito. Per il futuro c’è la Route du Rhum a novembre 2018, ma prima abbiamo già delle idee e dei progetti che stiamo confrontando anche con i Partner. Molto probabilmente andremo a navigare un po’ in Mediterraneo prima di tornare in Francia a preparare la RdR. Nel breve termine serve a tutti un po’ di riposo, fisico e mentale. Gli ultimi mesi sono stati molto intensi, tutto il Team ha lavorato duro e prima di ripartire bisogna ricaricare per bene le batterie».

I più superstiziosi direbbero si sia trattato di uno spiacevole incidente, ma forse c’è una ragione più reale dietro a questi episodi, sempre più frequenti, che mettono alla prova anche dei navigatori professionisti come voi? Non a caso siete i portavoce di un messaggio “eco sostenibile” per la salvaguardia degli oceani…

«La superstizione non ci appartiene e nel caso specifico purtroppo ormai non si può nemmeno parlare di evento raro. Questo incidente può servire come occasione per accendere un ulteriore faro sul tema dell’inquinamento in mare. Anche con il percorso che stiamo portando avanti con il nostro Innovation Partner legato alle energie rinnovabili, quello di portavoce di un messaggio eco-sostenibile è un ruolo che ci assumiamo più che volentieri. Si sentono sempre più spesso casi di incidenti e collisioni con oggetti in mare, l’isola di plastica grande quanto un continente è una realtà provata e documentata, e non si tratta nemmeno più di alcune zone degli oceani. L’inquinamento è in Pacifico, in Atlantico, in Mediterraneo… È una situazione insostenibile, sia per l’incolumità di chi va per mare sia per chi il mare lo abita. Gli oceani hanno un ruolo fondamentale nella vita del pianeta e, indipendentemente dal fatto di essere o meno navigatori, ciò che succede in mare prima o poi ha delle ripercussioni su tutti. Solo che spesso non ci pensiamo e crediamo di non dover essere noi a pagare il conto. Ma sbagliamo. È ora di aprire gli occhi, di denunciare, di sensibilizzare tutti su questo problema. Non sta a noi indicare le soluzioni, ma siamo convinti che queste vadano ricercate e applicate a tutti i livelli, dai comportamenti individuali a misure più collettive. Non si può più dire “fate qualcosa”, ma “facciamo».

Fra le peggiori cause dell’inquinamento dell’ecosistema marino, i cosiddetti OFNI sono anche i più pericolosi, perché provocano gravi danni alle imbarcazioni al momento della collisione. Augurando ad Andrea e Alberto di ritornare in oceano più forti che mai, lasciamo che la loro esperienza sia un monito per tutti, soprattutto per le future generazioni.

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