albero

Nel Maggio del 1999 mi trovavo a La Ciotat in Francia, poco distante da Marsiglia, con un grande accordo in tasca: avrei avuto il permesso di fare tutti i test che volevo su di un albero di 26m a condizione che aiutassi a costruirlo.

Due mesi passati a laminare con gli altri operai del cantiere, mesi in cui imparavo una moltitudine di dettagli che mai avrei immaginato di poter apprendere né all’università né tantomeno ascoltando discorsi in banchina durante le regate. Poi finalmente il gran giorno. L’albero come una mummia estratta dal sarcofago viene sgusciato dallo stampo. Nero, lucido, aspettava di essere controllato da me, l’apprendista ultrasonista.

Molo – Foto shutterstock.com

Il mio equipaggiamento consisteva in un rilevatore di difetti di seconda mano, prestatomi gentilmente da una ditta italiana che lo riteneva obsoleto seppur ancora funzionante. Non c’era alimentazione a batteria per cui andavo in giro per il cantiere avvolto nelle prolunghe per poter alimentare la mia sfera di cristallo, con il terrore che qualcuno, inciampando nel cavo, potesse interrompere le trasmissioni in qualunque momento.

Per chi fosse digiuno di analisi ultrasonore basti ricordare che per “accoppiare” il trasduttore alla superficie da controllare è necessario un mezzo di accoppiamento, identico al ruolo ricoperto dal gel nelle ecografie mediche. Il mio budget di apprendista stregone era talmente sotto alle scarpe da non potermi permettere l’acquisto di gel apposito, così con un sacco di fantasia andai in un supermercato per far spesa di qualunque prodotto gelatinoso e appiccicoso utile alla bisogna.

Il prodotto non doveva avere grassi e oli di sorta sennò i pittori mi avrebbero certamente ucciso dato che avrei contaminato la superficie di carbonio. Doveva essere sufficientemente viscoso da non colare, ma assolutamente privo di bolle d’aria. In breve compro: dentifrici, shampoo, gel per capelli… Poi l’illuminazione! Il miele!! 2000g di miele millefiori si materializzano sulla mia scrivania.

barca a vela

Preparazione delle vele – Foto shutterstock.com

Dopo aver provato le sue proprietà di trasmissione degli ultrasuoni mi fiondo a capofitto sul lavoro della vita: l’intera scansione di un albero di 26m. Comincio alle 6.30 del mattino. Butto dentro dati, faccio finta di non sentire tutti quelli che passano e danno o fanno finta di dare una leccata all’albero e, alle 24.00, il lavoro è fatto. Ho scansionato il mio primo albero! Vado a dormire distrutto e soddisfatto pregustando l’ingresso trionfale del giorno dopo in cantiere.

mare

Alberi al tramonto – Foto shutterstock.com

Il giorno arriva, anche molto caldo, ci sono quasi 30°C e in cantiere non c’è nessun comitato di benvenuto.  «Boh chissà mi faranno una sorpresa». Quando entro in cantiere, vedo gente china sul pavimento con raschietti, taniche di acetone, stracci…confusione. Alzo lo sguardo vedo il mio albero con stalattiti di miele che colano dalla superficie fino al suolo in un blob schifoso che aveva inglobato polvere, insetti e qualunque particella nel raggio di centro metri, attratta come da un buco nero. Il pavimento era appiccicoso e la gente portava in giro il cik ciak sotto le suole delle scarpe fino a distanze impensabili.

Guardo a destra, guardo a sinistra: nessuno mi ha notato, inforco la bici e penso che magari sarà meglio ripassare domani…

Commenti