Nel deserto di Atacama, sperduti nella Pampa di Jumana, tira sempre il vento. Un soffio deciso, ruvido e potente: gira da secoli sulle linee di Nazca, geoglifi misteriosi impressi da secoli nel terreno della piana sassosa che si raggiunge percorrendo la Carrettera Panamericana.

Piccoli aerei turistici garantiscono una visione, si dice, da urlo, ma la vera favola del posto, Maria Reiche non usava osservare le linee dal cielo, lei bisogna immaginarsela, al massimo in cima a una scala piantata nel nulla, come nella nota fotografia di Bruce Chatwin, mentre studia i misteri della Pampa di Nazca. Tedesca emigrata a Lima, segue l’archeologo Kosok fino a Nazca e lì fu, per lei, la folgorazione. Dal 1939 fino alla fine della sua vita, il 1989, la Reiche visse nel deserto peruviano, spartana e ruvida anche lei, come le pietre e il vento della pampa. Dormiva per terra, mangiava poco e non dava troppa confidenza, da principio, in quell’isolamento liberatorio. La sua vita erano le linee e i loro misteri. Mentre aspettavo i compagni in volo, al piccolo aeroporto, ho girato fino al limite concesso agli umani, parlato con la guardia peruviana che, tutto il giorno, controlla quel passaggio, non più di una catena, in uno scenario surreale. Mi immaginavo come potesse essere stata la vita di questa donna.

 

L’archeologia mette fame

b2ap3_thumbnail_blog-marina-2.jpgUna volta riuniti nel barettino dagli sgabelli alti in legno scuro e dal bancale minuscolo più che minimal e sempre avvolti nell’abbraccio del vento della Pampa, si è iniziato a raccontare le impressioni sul  volo e a formulare idee sul significato delle linee. E così, tra linee e geroglifici, figure misteriose e ipotesi da archeologi, ci è venuta fame. L’argomento interessa sempre: e si è tornati  ancora tutti in alta quota con le immagini goduriose e ai rimandi olfattivi di specialità personalizzate di ogni regione italiana: calamaretti ripieni, salmone affumicato al thè verde e, poi, quelle bruschette con i fagioli. Per non parlare delle trofie al pesto di basilico con le canocchie (o cicale o pannocchie, dipende da dove abitate) che vi propongo oggi. La ricetta è di Stefania Bruno, ingegnere delle costruzioni, dalla spiccata creatività  culinaria.

 

Cosa serve per 4 persone:

 

250 grammi di trofie 

16 canocchie

1 spicchio di aglio

una ventina di  pomodorini datterini

qualche foglia di basilico fresco

5 cucchiaini di pesto fatto in casa

½ bicchiere di vino bianco secco

 

Come fare:

 

Lavare bene le canocchie e asciugarle con carta assorbente.

La pulizia delle canocchie non è banale. Armatevi di pazienza e di un paio di forbici. Tagliare con le forbici la testa, le zampette, la coda. Incidere il carapace lateralmente, da entrambe le parti e togliere la polpa, eventualmente anche il budello che è color arancione.

Tenere due crostacei interi e quattro/sei con il carapace.

Preparare una padella con un filo d’olio, un paio di spicchi d’aglio. Aggiungere i crostacei e la polpa, fare andare un paio di minuti, aggiungete il vino bianco. Fate evaporare e unite i datterini tagliati a metà per il lungo.

Continuate la cottura per qualche minuto.

Fate bollire l’acqua e cuocete le trofie.

Passate le trofie nella pentola con il sugo. Spegnete il fuoco, aggiungete il pesto, diluito in un filo di acqua di cottura. Date una bella girata e servite.

  

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