b2ap3_thumbnail_blog-di-viaggio.jpg

Qualche giorno fa mi è capitato di assistere a un forum di travel blogger organizzato all’HUB di Milano. Fino a quel momento, la mia concezione di travel blogging non si discostava molto dall’idea di giornalismo che ho. In fondo, pensavo, i blogger non sono altro che giornalisti senza una testata dietro, e dunque senza particolari problemi di commistione con la pubblicità. È per questo, pensavo, che hanno sempre più successo. Perché i lettori li percepiscono come fonti “pure”, pulite, più pulite dei giornalisti che scrivono per qualche testata: “Sono viaggiatori e turisti, proprio come noi, molto meglio ascoltare loro che i giornalisti mossi da strategie di mercato e campagne pubblicitarie“. Poi, invece…
Poi invece nel forum in questione mi rendo conto che per la maggior parte del tempo non si è parlato d’altro che di tecniche per guadagnare con un blog di viaggio, sistemi per trasformare i post in piccoli Eldorado, esempi di blogger che fatturano come una multinazionale. Niente di male, per carità, anzi… Ma i sistemi per portare a casa il gruzzoletto mi hanno lasciato alquanto perplesso: “I migliori blogger, soprattutto inglesi, vendono i loro articoli ai brand anche per 500 dollari a post, alcuni sono addirittura messi a libro paga dagli enti del turismo per parlare di un posto piuttosto che di un altro.” Perplessità aumentata ascoltando le risposte alla mia domanda su come gestissero la deontologia della professione e potessero rispettare i dogmi dell’Ordine dei Giornalisti: “Guarda che qui quasi nessun travel blogger è giornalista, per cui possiamo fare quello che vogliamo. Perché, tu no?“.

Ecco, no. Io no. Io ho scelto ormai 12 anni fa di intraprendere questa professione, di fare il giornalista per raccontare con imparzialità e occhio critico il mondo che mi circonda. Con qualche pro, certamente, ma soprattutto molti contro, come la difficoltà di iscrivermi all’Albo (tra tutte, quella di presentare un gran numero di articoli pubblicati in 2 anni, tutti rigorosamente pagati. A 24 anni, non è certo una passeggiata). Quel tesserino da giornalista che mi sono guadagnato con fatica e con mille collaborazioni al limite dello sfruttamento, mi ha però reso davvero orgoglioso, mi ha fatto sentire parte di un gruppo che aveva il privilegio di raccontare agli altri il mondo che ci circonda. Certo, magari non parlerò delle guerre in Sudan o dei problemi sociali di certe zone disagiate del pianeta, ma sono convinto si possa fare del giornalismo di qualità anche parlando di viaggi, di regate, di luoghi meravigliosi, cercando di trovare le storie più interessanti e le soluzioni di viaggio migliori per i nostri lettori.

Il tutto, e questo è il punto, con la professionalità raggiunta con 10 anni di carriera, senza vendere l’anima (per non dire altro) al miglior offerente o venire addirittura messi a stipendio da certi enti del turismo. Ed è proprio con questa filosofia che 2 anni fa ho voluto dar vita a Sailing & Travel. Non prima di aver coinvolto alcuni tra i migliori professionisti del giornalismo di viaggio e di vela, e aver rigorosamente iscritto il magazine in Tribunale, trasformando un banale sito di viaggio come tanti nel mondo, in una vera e propria testata giornalistica. Con tanti contro, e pochi pochissimi pro.

Sia chiaro però, la pubblicità ovviamente esiste nell’editoria, eccome, anzi ne è il motore principale. E dunque ben vengano contratti di advertising e sponsorizzazioni. Senza di quelli molte realtà indipendenti come Sailing & Travel (senza grossi editori alle spalle), non potrebbero nemmeno esistere. Ma quello che mi preme sottolineare, è che c’è modo e modo di fare giornalismo e informazione. Ci sono i contenitori di markette o i travel blogger stipendiati dagli enti del turismo, veri e propri uffici stampa più che fonti d’informazione (ma, e ci tengo a sottolinearlo, ovviamente non tutti i travel blogger operano in questo modo), e c’è un sano equilibrio che non intacca professionalità e deontologia, evitando qualunque commistione tra marketing e contenuti. Noi abbiamo scelto la seconda strada (tanto che ora stiamo addirittura provando a finanziare il nostro prossimo format tv di viaggio con una campagna di crowdfunding), e possiamo dire con fierezza che nessun ente ci ha mai pagato un solo euro per avere i nostri reportage o comprare le nostre valutazioni (e di richieste, potete credermi, ne abbiamo avute molte).

 

Mentre, a sentire i blogger di viaggio presenti quel giorno a Milano, non credo si possa dire lo stesso di loro (o per lo meno gran parte di loro). È proprio per questo che mi chiedo: sono davvero così più credibili i blogger rispetto ai giornalisti? Qui, la vostra opinione, diventa fondamentale: tra una testata di viaggio regolarmente iscritta in Tribunale, come può essere Sailing & Travel Magazine, e un travel blogger stipendiato dall’ente di turno, voi a chi credete? Ha ancora valore, per voi, la professionalità di un reportage scritto da chi fa questo lavoro da tanti anni, piuttosto che da chi lo fa per “hobby”?

Chiudo questo pensiero facendo una promessa a tutti i nostri lettori: fino a quando esisterà Sailing & Travel (non per molto, penseranno in tanti responsabili marketing là fuori dopo aver letto questo post) la nostra regola rimarrà sempre una sola: vuoi fare pubblicità? Benissimo, gli spazi per i banner e per la pagine pubblicitarie sulla Digital Edition ci sono, questi sono i costi. E accettiamo anche di fare i famosi press trip organizzati per la stampa, perché altrimenti non potremmo permetterci di continuare a girare il mondo a spese nostre. Ma non diteci mai quello che possiamo o non possiamo dire. Se ci invitate in press trip (e ora magari non lo farete più), se comprate degli spazi pubblicitari, se volete organizzare una campagna di advertising, ricordatevi che state facendo solo scelte commerciali, che mai e poi mai incideranno sui contenuti editoriali. La nostra professionalità, i nostri occhi, le nostre penne (o tastiere), le nostre opinioni non sono in vendita. E non lo saranno mai.

 

Commenti

CONDIVIDI