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Come si diventa giornalista? Caso più raccomandazione era scritto in un fortunato volumetto edito da Einaudi. Né l’uno né l’altro nella mia storia professionale.
Sono diventata giornalista perché questo volevo fare, da sempre. Presentandomi a Repubblica, senza santi in paradiso, ma molta voglia di imparare e cominciando la gavetta a 8000 mila lire a pezzo, 4 euro, nelle pagine milanesi, una fucina di futuri inviati, caporedattori diretti da quello straordinario mentore che è Gian Piero Dell’Acqua che mi ha insegnato il rigore, la verifica innanzitutto. Poi taccuino alla mano, ho cominciato a viaggiare per il mondo per varie testate.

Fino al 1991 quando è nata Dove che è diventata praticamente la rivista per cui realizzo la maggior parte dei servizi decisi in movimentate riunioni di redazione, senza interferenze “commerciali” ma seguendo una tendenza, un fenomeno di costume. Muovendomi con un fotografo, un binomio indissolubile come ci insegna il mitico Ettore Mo, per guardare, toccare con mano, documentare. Anche in questi tempi difficili e bui, noi prendiamo aerei, andiamo sul posto, intervistiamo, facciamo le pulci a templi dell’ospitalità in piena autonomia. Giudicati dai lettori pronti a rilevare un’inesattezza, un’imprecisione. Perché, come diceva Montanelli, sono loro i nostri veri padroni.

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