Plastica

Provate a immaginare se un giorno piovesse plastica sulle nostre teste. Potrebbe accadere davvero se non si trova in fretta una soluzione concreta.

Oggi, pensare ad un mondo senza plastica sembra quasi impossibile. La plastica è indispensabile ormai in quasi tutti i settori dell’economia. Dalle costruzioni ai trasporti, dalla sanità all’elettronica. Più di tutti all’industria che dal marketing, a partire dagli anni ’30, ha generato il più insidioso dei mali per i nostri oceani: il packaging.

Oltre ad essere un bisogno necessario di grande beneficio per la sicurezza e la conservazione dei cibi, il packaging è anche un “accessorio” costoso per le aziende. Per la sua produzione si ricorre a processi industriali complessi sfruttando grandi quantità di risorse, come ad esempio il petrolio. Per generare un rifiuto basta un attimo: l’insalata acquistata già pronta nel piatto, il suo involucro plastificato nella spazzatura.

inquinamento

La plastica finisce nei nostri oceani distruggendo l’intero ecosistema marino – Foto shutterstock.com

Ma dove va a finire la plastica?

Da uno studio condotto da un gruppo di scienziati e pubblicato su Science, si calcola che solo nel 2010, circa 275 milioni di tonnellate di rifiuti in plastica sono stati originati da 192 paesi costieri, e circa 13 milioni sono finiti nell’oceano. Le popolazioni costiere che vivono entro 50 km generano quasi 100 milioni di tonnellate di spazzatura, di cui circa 32 milioni di tonnellate classificate come “mal gestite”, ovvero disperse in mare a causa di infrastrutture di smaltimento inadeguate o addirittura assenti.

una mare di plastica

Discarica di plastica a Thilafushi, Maldive – Foto shutterstock.com

I rifiuti entrano in mare dalla terra attraverso il flusso delle acquee reflue, corsi d’acqua o dal movimento del vento. Spinti fino alla costa dalle correnti, e soggetti all’esposizione degli agenti atmosferici, si deformano frammentandosi in piccoli pezzetti che si depositano sul fondo del mare o galleggiano in superficie, rimanendoci per centinaia di anni. I frammenti causano un imponente danno all’ecosistema del pianeta, poiché la mole di spazzatura che galleggia è superiore alla tecnologia per riciclarla o trattarla.

riciclo

La plastica che non viene riciclata viene ingerita dagli animali creando danni irreparabili – Foto shutterstock.com

La plastica arriva da lì

Ad oggi, si stima che sono principalmente cinque i paesi responsabili del 60% della plastica che finisce in mare, e provengono dell’aerea Asia-Pacifico: Cina, Indonesia, Filippine, Vietnam e Sri Lanka. Seguiti da Thailandia, Pakistan, Bangladesh, Egitto e Malesia. Paesi ad alto potenziale di sviluppo economico ma dove non esistono infrastrutture adeguate allo smaltimento dei rifiuti e il riciclo è praticamente inesistente.

Secondo l’ultima analisi del Valuing Plastic, in accordo con l’Asia Pacific Economic Cooperation, il danno annuale provocato dal rilascio di plastica nell’ecosistema marino ammonta a circa 13 miliardi di dollari, imputabili alle attività umane nel settore del turismo, pesca e industria marittima in quelle zone. La plastica viene ingerita da pesci, uccelli, testuggini, fino ai piccoli invertebrati marini. Proprio a causa delle piccole dimensioni dei pezzetti di plastica purtroppo non è possibile avere una tracciabilità precisa, per cui è difficile rimuoverla dall’ambiente marino.

mare inquinato

La plastica nei nostri mari – Foto shutterstock.com

La New Plastics Economy

Ma una soluzione c’è, e proviene dalla scienza che dalla Circular Economy. «Aziende e i governi sono ora, per la prima volta, più consapevoli della necessità di ri-pensare a un sistema globale della plastica», spiega l’ultimo report del World Economic Forum, che insieme alla Ellen MacArthur Foundation, Associazione non profit che si occupa di Circular Economy, hanno identificato alcune possibili metodologie per ridurre l’inquinamento dei rifiuti in plastica e introdurre più materiali nel circuito di riciclo.

riciclare

Riciclare: una bottiglia di plastica può diventare un vaso – Foto shutterstock.com

L’iniziativa si chiama New Plastics Economy, e la sfida sarà il rifiuto a emissione 0. La ricerca suddivide il packaging in tre categorie: la prima, riprogettare l’attuale packaging, realizzato in polietilene (PET), con materiali compostabili, dove possibile. Esistono in natura polimeri che derivano da fonti naturali come la cellulosa, l’amido, le pectine e la gomma arabica. La seconda categoria risiede nel ri-usare, anziché riciclare il rifiuto. La terza categoria è la creazione di un “Protocollo Globale della plastica”, per aiutare ad armonizzare gli standard di riciclo in tutti i Paesi, incoraggiando la creazione e l’ammodernamento tecnologico degli impianti di smaltimento dei rifiuti. Senza un’azione concreta oggi, entro il 2025 è prevista più plastica in mare che pesci.

Commenti