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Vecchi pescatori con una tradizionale rete da pesca, Thailandia - Foto shutterstock.com

Il fenomeno del “global sushi”, accompagnato da una più generale impennata nella domanda di pesce fresco sulle nostre tavole, ha cambiato profondamente le comunità della pesca di tutto il mondo. Il mare è in pericolo.

Secondo l’autorevole Marine Stewardship Council, o MSC, l’organizzazione indipendente non-profit nata per tutelare la salute dei mari attraverso una certificazione ad hoc, quasi un miliardo di persone scelgono il pesce come base fondamentale della loro dieta. Circa un individuo su dieci dipende dai prodotti della pesca per la propria sopravvivenza, mentre il valore economico dell’industria ittica sfiora i 2,9 miliardi di dollari. La pesca intensiva rappresenta, ad oggi, una delle più gravi minacce alla biodiversità marina.

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La pesca del tonno, Turchia – Foto shutterstock.com

Così il mare si impoverisce

Ogni persona mangia una media di 19,2 kg di pesce all’anno. Circa il doppio rispetto a 50 anni fa. Secondo i dati del Wwf, circa 38,5 milioni di tonnellate di pescato viene registrato ogni anno attraverso le pratiche più diffuse, legali e non. Le attuali quantità pescate supererebbero di gran lunga la possibilità per i mari di ripopolarsi in tempo ottimale, provocando l’impoverimento degli oceani del mondo. Secondo un recente studio pubblicato sulla rivista scientifica Nature, la pesca intensiva starebbe riducendo la popolazione marina di squali, balenottere, delfini e razze, che finisco intrappolati nelle reti dei pescherecci commerciali delle grandi compagnie del freddo, alterando l’equilibrio degli ecosistemi degli oceani.

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Tonno pinna gialla – Foto shutterstock.com

Tuttavia, chi ha subito il peggio è il tonno rosso, conosciuto anche come pinna blu, subendo un decremento della popolazione pari al 98%. Dal sushi alle zuppe esotiche di pinne di pescecane, molte specie marine vengono pescate e poi rigettate in mare, in parte morte, in parte vive. L’attenzione internazionale verso questo spreco ha condotto, così, alcune compagnie di pesca a creare ami e nuove reti per prevenire la pesca accidentale. Enric Sala, collaboratore del National Geographic afferma: «per la cattiva gestione e l’inefficienza dei metodi di pesca, l’industria ittica perde 50 miliardi di dollari all’anno». La pesca illegale e non regolata costituisce, infatti, una parte del pescato a livello mondiale stimato tra gli 11 e i 26 milioni di tonnellate.

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Circa il 30% degli stock ittici pescati a fini commerciali è sovrasfruttato. Tonno, Salmone, Trota arcobaleno, gamberi sono gli alimenti più importati da Paesi quali Tailandia, Birmania, Indonesia, Cina, Messico, Nord Korea, ma anche Mediterraneo e Mar Nero, su richiesta degli Stati Uniti, ma soprattutto dall’Europa, primo importatore di prodotti ittici al mondo. Un problema delicato e complesso: chi consuma pesce è chiamato ad avere un occhio di riguardo alla sua provenienza.

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Peschereccio, Kaldfjord, Tromso, Norvegia – Foto shutterstock.com

I prodotti a marchio blu

La pesca commerciale intensiva è spesso accompagnata dal fenomeno sommerso dello sfruttamento dei lavoratori. Secondo una recente inchiesta della Associated Press, non è raro, infatti, imbattersi in episodi di schiavitù e violazione dei diritti umani a bordo delle flotte di barche da lavoro, dove uomini invisibili trovano anche la morte. Succede sui pescherecci del Sud-Est asiatico.Uno scenario agghiacciante sul mercato globale del pesce a partire dalle grandi catene di supermercati e dalle aziende che commerciano in questo settore. La MSC, dalla sua pagina web, indica una lista di prodotti dal marchio blu, contribuendo alla salvaguardia dei mari e degli oceani, ma soprattutto al rispetto del lavoro, poiché i prodotti vengono pescati e certificati in base a standard che assicurano una pesca responsabile. L’idea che gli oceani siano una gigantesca dispensa a cui attingere risorse inesauribili è errata. Il mare è uno straordinario ecosistema sommerso. L’esatto specchio blu che riflette la vita sulla terra ferma.

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