Green Shipping

Il trasporto marittimo rappresenta il cuore pulsante del commercio mondiale. Circa il 90% dei beni che consumiamo arriva per mare su imponenti navi cargo alte come palazzi a più piani. L’industria del trasporto cargo si occupa incessantemente del rifornimento di circa sette miliardi di persone, navigando per le principali rotte commerciali del pianeta.

Una nave portacontainer può raggiungere una lunghezza di circa 390 metri per una larghezza di 60 metri. Può trasportare, ad oggi, fino a un massimo di 20.000 container lunghi 20 metri, con un incremento esponenziale delle tonnellate che è passato,secondo la Rivista scientifica Nature Research, dai 100 milioni del 1980 fino a un 1.6 miliardi di tonnellate nel 2014. Tuttavia, benché le società armatrici di questi titani dello Shipping costruiscano navi sempre più capienti, il 2016 è stato un anno in cui si è assistito alla più pesante debacle del settore degli ultimi sessanta anni. La crisi economica mondiale, i prezzi del greggio e delle materie prime al minino storico, la frenata cinese, hanno forzato l’industria del trasporto marittimo a fare un passo indietro.

Ma qual è il vero prezzo da pagare?

Al di là delle ripercussioni economiche, è la nostra salute e quella dell’ambiente marino che ancora una volta ci chiedono maggiore sensibilità. In uno studio condotto da alcuni ricercatori statunitensi, pubblicato sulla rivista scientifica Environmental Science and Technology, è stato dimostrato che annualmente le navi rilasciano nell’aria circa dai 1,2 ai 1,6 milioni di tonnellate di gas di scarico, prevalentemente costituite da fuliggine ultrasottile, carbonio, zolfo e biossido di azoto. Particelle grandi meno di 10 micron di diametro, invisibili all’uomo e che entrano nelle vie aeree e nei tessuti del corpo.

idrocarburi in mare

Lo sversamento di idrocarburi in mare

Le emissioni che le navi producono, sia a mezzo che a pieno carico, attraverso l’utilizzo di combustibile di bassa qualità per uso marittimo, contengono 3.500 volte di più anidride solforosa e particolato che il diesel dei veicoli a ruote, causando ogni anno circa 60.000 decessi per malattie cardiopolmonari e cancro. Non solo. Sfortunatamente, le emissioni prodotte da navi e aerei non sono state considerate dal recente accordo mondiale sul clima, tenutosi lo scorso Dicembre a Parigi. Tuttavia, secondo la International Maritime Organization, le cause dell’inquinamento non sono solo da imputare alle emissioni di gas nell’atmosfera, ma anche allo sversamento in mare, accidentale e volontario (solo per ragioni di sicurezza secondo la MARPOL 80), di oli, liquidi nocivi, sostanze dannose, liquami e spazzatura varia. Per non parlare del numero sempre più alto di container (circa 10.000 all’anno) che cadono in acqua per il maltempo o per errori di calcolo di peso e che causano incidenti a imbarcazioni in navigazione perché impiegano molto tempo per affondare.

incidente-di-petrolieraL’elevato traffico navale e la straordinaria stazza di questi giganti del mare ha, altresì, portato all’allargamento di canali e banchine, cambiando profondamente le aree costiere e distruggendone l’ecosistema. Infine, i profitti attesi dall’industria dei super cargo in questi anni non sono stati raggiunti proprio a causa dell’eccesso di capacità delle navi contro la profonda flessione della domanda e del prezzo dei trasporti. Conseguentemente, l’impossibilità di realizzare grandi economie di scala ha portato, lo scorso anno, al fallimento delle dodici più grandi compagnie di trasporti marittimi al mondo, tra cui la danese Maersk.

L’industria è a un bivio

La sola risposta possibile per superare l’impasse sembra provenire dal “green”. Ancora una volta ci viene incontro la Rivista scientifica Nature, che suggerisce di implementare tre fondamentali raccomandazioni: rendere più ecologiche le pratiche di demolizione delle navi attraverso programmi d’aiuto ai governi locali (specialmente nei Paesi quali India, Pakistan e Bangladesh); maggiore osservanza delle emissioni: con il prezzo del greggio ai minimi storici sarà più semplice incentivare le compagnie marittime ad utilizzare carburante di migliore qualità, o magari convertirsi a fonti di energie rinnovabili per la propulsione; migliorare la gestione delle aree portuali attraverso lo studio di strategie più economiche ed eco-sostenibili per spedire le merci. Favorire inoltre ricerche e studi econometrici sull’impatto ambientale. Dopo decenni di sviste, forse è arrivato il momento per l’industria dello shipping di pensare “verde”.

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