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Container in mare, l’incubo di ogni navigatore, specie se si naviga di notte e con visibilità limitata. Oggetti poco visibili che galleggiano sotto il livello del mare, trascinati dalle correnti e dalle onde a spasso negli oceani del mondo.

I cosiddetti OFNI (oggetto flottante non identificato) possono essere di vario genere. Relitti ferrosi, pezzi di legno, boe di segnalazione, plastica, “growlers” (pezzi di ghiaccio distaccati dagli iceberg), nel peggiore dei casi mammiferi marini e, appunto, anche container.

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Nave cargo durante l’attracco in porto – Foto shutterstock.com

Pericolo container

Qualsiasi sia la natura di un OFNI, mai come negli ultimi anni i nostri oceani sembrano esserne così affollati. Lo prova il fatto che tali episodi non sono più così rari. Questi oggetti semisommersi hanno falcidiato flotte di navigatori professionisti del calibro di Soldini, Gaetano Mura, Vincent Riou, Bertrand de Broc, nelle principali competizioni oceaniche come il Vendée Globe, la Transat Jacques Vabre, la Transpac, tanto per citarne alcune. Ma anche semplici velisti in giro per il mondo.

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Nave cargo durante le operazioni di carico – Foto shutterstock.com

Tuttavia, i più pericolosi, per i danni che possono causare alle imbarcazioni e all’ambiente, sono i container persi in mare dalle navi cargo lungo le principali rotte marittime. Le cifre ufficiali non sono mai chiare, ma secondo la rivista tedesca, VERFASST VON, nel 2016, 130 milioni di container hanno attraversato i setti mari a bordo di navi dai volumi titanici. Di questi, migliaia di container cadendo in navigazione vengono persi in mare, causando danni economici, ma soprattutto ambientali. Secondo il World Shipping Council (WSC), il gruppo che rappresenta circa il 90% delle compagnie di navigazione del mondo, sono circa 2.683 i container che ogni anno vengono dispersi in acqua. Ma i numeri sembrerebbero molto più alti.

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Container – Foto shutterstock.com

La mancanza di una corretta denuncia e una speculazione selvaggia sarebbero alla base di questa omissione di dati circa la reale perdita. Le compagnie di spedizioni marittime, in sostanza, commissionano ai grandi cantieri, per lo più asiatici, navi portacontainer sempre più capienti. Maggiore è il numero di container da stipare, maggiore è il guadagno. Il costo per ogni container dipende, poi, dalla posizione in cui vengono disposti. Le file che si vengono a formare partendo dai ponti più alti hanno un costo minore. Purtroppo non sempre i container vengono fissati e agganciati in maniera sicura. Alcuni vanno oltre al limite della sicurezza.

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Nave cargo durante una tempesta in mare – Foto shutterstock.com

Ma una volta in mare, i container che fine fanno?

Le cause per cui queste scatole di ferro che contengono di tutto, vanno a finire in mare sono soprattutto le tempeste o gli errori nella conduzione della nave (incagliamento, insabbiamento, collisione). Per non parlare dei container non a norma (circa il 9%), quelli con scarsa manutenzione e quelli il cui peso, al momento dell’imbarco, viene dichiarato inferiore rispetto a quello reale (dati IMO, Organizzazione marittima internazionale).

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Fino a quando l’acqua non trova il mondo di entrare nello scomparto, possono galleggiare anche mesi. Diventando una vera e propria “mina vagante” pronta a scontrarsi con qualsiasi ostacolo incontri sulla sua via. Ma non finisce qui. Una volta raggiunto il fondo del mare, recuperare la merce risulta un’operazione molto costosa per le compagnie di spedizione. Il container, quindi, diventa un oggetto spazzatura che rilascia gradualmente le sostanze contenute al suo interno, alterando la flora e la fauna marina circostante (Monterey Bay Aquarium Research Institute, California).

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