Paolo Rumiz, giornalista, scrittore. Premio Hemingway nel 1993 per i suoi reportage di guerra in Bosnia e Premio Max David nel 1994 come migliore inviato italiano dell’anno. Soprattutto, Rumiz, è lo straordinario narratore di molti viaggi “sostenibili” in giro per il mondo. Con lui abbiamo scoperto la dolce fatica di percorrere chilometri in bici da Trieste fino a Istanbul, sostenendo battaglie importanti come quelle del movimento #salvaciclisti. È stato protagonista di affascinanti percorsi a piedi, come quello dalla sorgente alla foce del fiume Pò, o l’appassionante cammino lungo l’antica via Appia. Mezzi lenti, naturali.

Più che un lavoro il suo, sembra essere una vera e propria vocazione, sensibilizzando l’opinione pubblica sui vantaggi, nel nostro Paese, di un turismo senza automobili, aerei e moto. Nella sua ultima avventura, Rumiz, non ha fatto eccezione. Torna a raccontarci del suo singolare soggiorno nel Faro di una misteriosa isola, di cui guarda bene a non rivelarne il nome. Arriva sull’Isola in una notte di tempesta e ci resta per tre settimane. Sbarcare come un pirata su una spiaggia di ciottoli, dopo due giorni e mezzo di viaggio, e senza alcuna possibilità di ormeggio, sembra presagire il carattere di un luogo di una bellezza disarmante, selvaggio, quasi vetusto ai suoi occhi.

Il Ciclope, la sua nuova casa

Lo descrive perfettamente. Ad attenderlo è uno dei fari più alti del mondo, il Ciclope (come lui stesso ribattezza), 110 metri. Un parallelepipedo di due piani con un pavimento di due metri per dieci. Possente quanto basta ad ospitare circa venti persone. Tutto è rimasto fermo al tempo della sua costruzione, circa un secolo e mezzo fa: ringhiere, mancorrenti, imposte. C’è da stupirsi scoprendo che la lampada del faro è, in realtà, una lampadina da 12 watt, dice lui, «grande quanto un’unghia».

tempesta in mare

Da qui «puoi guardare l’immensità che hai intorno»

I soli ospiti del Faro su quell’Isola sono lui, i due faristi, un asino guercio “mangia limoni” e alcune galline. «Bisogna partire senza mai girarsi». E soprattutto lasciandosi dietro tutte le comodità a cui siamo abituati. A disposizione nella sua stanza solo una cucina con un fornello e un letto. A fargli compagnia una radio a onde corte, un mini organo diatonico e il suo taccuino, naturalmente. «I custodi dei fari hanno paura del vuoto e del silenzio. Per questo si inventano un milione di cose da fare e ascoltano continuamente canzoni».

Un viaggio dentro sè stessi

Rumiz ci porta nel mondo romanzato della vita dei faristi, antico mestiere ormai in disuso, soppiantato dall’automazione dei Fari. Descrive il paesaggio dell’Isola come l’ultimo dei paradisi, puntellando i particolari come un quadro impressionista. Dissemina di indizi il racconto, accendendo l’atavica curiosità dell’uomo a guardarci dentro. L’Isola è formata da splendide rocce dolomitiche, licheni, gerani, aglio selvatico, ginestre, fiori gialli spontanei e cespugli di assenzio. Al centro, il rudere di una cattedrale antichissima. Si impara a godere del tempo apprezzando le piccole cose, come giocare a carte insieme ai faristi, imparare dalle stelle in una notte limpida, ma anche a leggere il carattere spietato rivelato dai gabbiani quando, per sopravvivere alla scarsità di pesci in mare, depredati da una pesca selvaggia e sistematica, cercano cibo sulla terraferma.

rumiz

Paolo Rumiz

La storia di Rumiz riflette sulla distanza che intercorre tra la natura umana e quella più reale, che ci circonda. Un distanza che poco a poco si è inspessita, tanto da far perdere ogni azione ecologica nella gestione delle risorse su questo pianeta. Come l’uso del GPS al posto dei Fari, falsando completamente la percezione della natura. Alla domanda cosa le ha insegnato quest’esperienza, lui risponde «vivere in un Faro ti cambia. Ti dà l’impressione di vivere al centro dell’universo. Puoi guardare l’immensità che hai intorno. C’è sempre qualcosa da fare, da filmare, da annotare. È un’esperienza che ognuno di noi può fare, in assenza di stress, internet, social newtwork. Andrebbe provata una volta nella vita!». Tuttavia, nella storia che racconta Rumiz nel suo libro c’è molto di più. Mette in luce temi attualissimi, quali crisi finanziaria, riscaldamento globale, l’illusione della diversità tra popoli e delle barriere.

Dietro la visione romantica della natura c’è una lotta per la sopravvivenza che non cessa mai. E ce lo ricorda proprio ponendo l’accento sul limite delle risorse e sulla sua esperienza “in scala” sul Ciclope. «La prima lezione che ho imparato vivendo in un Faro su di un’Isola è l’esauribilità delle risorse. Dovendo portare con me solo 60 kg di viveri ho imparo a riscoprire il piacere della frugalità. Il piacere della tavola ben apparecchiata. L’estetica della tavola. Masticare piano». Bisognerebbe adottare, dunque, una visione “pelagica” del mondo. «Al ritorno da questo viaggio mi sentivo una persona nuova. Con una rinnovata felicità di vivere» aggiunge infine. Il “Ciclope” è, dopotutto, un microcosmo che riflette tutti i fenomeni del mondo.

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