ancoraggi

Domandate a uno che ha fatto almeno un vacanza in barca nella sua vita se ha un aneddoto sull’ancora o sull’ancoraggi. Se ve ne racconta solo uno, potete essere certi che ha navigato ben poco.

Ogni crociera, ma anche ogni fine-settimana in mare, si porta il germe del pasticcio all’ormeggio. Ancore che arano, ormeggi alla ruota che fanno paura, ma anche l’ormeggio in terza fila e il primo che vuole partire alle 5 della mattina… Le probabilità di rimanerne vittima – anche senza colpa – o semplice spettatore aumentano in maniera esponenziale nel mese di agosto, quando vagano per il mare, alla ricerca del prossimo casino da ormeggio, i charteristi dell’ultim’ora e senza skipper arruolato (che tanto hanno imparato tutto l’anno scorso e con l’esame della patente) e flottiglie di giovani con tanto testosterone quante bottiglie di birra in corpo (per le donne abbondano invece gli estrogeni, ché anche loro devono fare il pari con la birra: è proprio un fatto di bilanciamenti fisiologici: non è vizio, è medicina).

Vicini-vicini. L’insicurezza li domina: se in navigazione deve cercare di capire da solo come regolare le vele in modo corretto, all’ormeggio in rada, non fidandosi del tutto di come ha capito il portolano, la carta nautica e il chartplotter, può copiare spudoratamente. Ignorando per altro la perizia di chi cerca di copiare. Quindi si butta dove c’è già qualcun altro: «se ha ormeggiato lui, lì, dev’essere buono per forza». Non importa se la baia è larga quanto l’Adriatico e siete solo due barche, il tipo vicini-vicini, darà fondo esattamente dove lo avete dato voi. Si sente molto realizzato se riesce a dare la sua ancora nel raggio di un metro dalla vostra.

Poca cima-poco marinaio. L’unico effetto collaterale del detto “poca cima, poco marinaio” sono i troppa cima. Per non cadere nella tirchieria del poco, si lasciano andare agli splendori del troppo. Per loro il calumo dell’ancora dev’essere lungo, lungo, lungo. Anzi, se è luuungo, luuungo, luuungo è ancora meglio. Quindi, loro la regola la applicano: dare tanta catena quanto è il fondale moltiplicato per tre, cinque volte, ma per essere sicuri, aggiungono 10 metri, anche 15 se ci sono più di cinque nodi d’aria, a quanto indica l’ecoscandaglio. Mentre voi siete alla ruota con i vostri 20 metri di catena dati in cinque metri d’acqua, loro vagano per la baia in un’area che equivale a 11.304 metri quadrati… (ok, è la superficie di un cerchio con 60 metri di raggio, il loro calumo, appunto).

E tutto d’un tratto, il coro! Siete in rada, al tramonto, voi e la vostra compagna/o (noi di Sailing & Travel non facciamo distinzioni di sesso, in nessun senso). Intorno a voi solo le meraviglie della natura, scenario perfetto per una notte da sogno (anzi, «da sciogno», come lo direbbe Crozza-Briatore). Quando d’un tratto, cominciate a percepire un sommesso tunz-tunz in lontananza. Voltate il capo stupiti verso l’imbocco della rada da cui giunge quel rumore e vedete arrivare, ormai in zona Cesarini del giorno, una, due, tre, cinque barche… no! è una flottiglia!!! Il flottigliante rende felici tre tipologie di persone: se stesso, chi noleggia le barche e il commerciante dei porti che visita (in flottiglia ci sono anche molte ragazze propense alla spesa, e le birre di cui sopra, facilitano l’entusiasmo negli acquisti: mietono più caduti tra le banconote da cinque euro, i braccialettini e gli anellini delle bancarelle che tutte le panetterie della provincia). Il flottigliante rende però tristi tutti gli altri: uno, perché un gruppo fa più casino di un singolo, una flottiglia, che è un gruppo di gruppi, fa molto più casino del gruppo. Due, perché su 80 persone in barca, i 10 che tirano tardi, bevendo, ridendo e cantando si trovano anche tra i 60enni. Tre, perché anche se la baia è larga quanto il Mediterraneo e siete solo voi e la flottiglia… beh, sapete come va a finire. Quattro, perché vi siete ritrovati all’Okoberfest con la birretta che vi siete portati da casa…

E guidare a fari spenti nella notte… Occhio che questo è subdolo. Di giorno non dà particolari segnali, anzi, è quasi tranquillizzante nella sua normale ed esperta serenità. È la notte che si scatena, il gufo. Quando tutta la baia dorme beata, anche l’ultimo tender è rientrato e persino la flottiglia ci dona il suo meritato riposo. Ecco, in quel momento, anzi, a volte anche cinque minuti dopo, il gufo salta a bordo del suo tender, mette in moto il fuoribordo e scoppiettando, senza fretta, si allontana dalla sua barca, passando, vicino a più barche possibile per sparire nella notte. L’appellativo gufo, arriva infatti dalla capacità che hanno questi individui di timonare il tender anche nella più completa oscurità. Ovviamente non si portano dietro le obbligatorie luci di navigazione, la classica torcia a luce bianca. Questo complica le cose perché ne impedisce la visualizzazione e diventa molto difficile centrarlo con il lancio di un frutto acerbo, consigliato per risolvere definitivamente al questione.

Leggi le altre puntate:

Il velista da crociera – Parte 1: il rapporto con le vele

Il velista da crociera – Parte 2: il rapporto con la navigazione

 

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