navivazione

Raggruppati i navigatori vacanzieri per il rapporto con le vele, ora vediamo quali gruppi si generano in funzione del modo in cui navigano.

Non si parla di perizia velica, no no, ma su che tipo di vita impongono ai loro compagni di equipaggio durante la navigazione. Sapere quali sono le manie di ognuno è fondamentale: oltre che se si arriverà a destinazione, è importante sapere come. Per dire, chi non vorrebbe avere capitan Findus come nocchiero del proprio legno? Ma se la contropartita è mangiare per una settimana solo ed esclusivamente bastoncini di pesce fritti, o avete al massimo 15 anni o dopo due giorni sbarcate alla ricerca di uno spacciatore di spaghetti.

A basso impatto. «Chiudi il frigo che consuma!», «spegni la luce di cortesia…», «ma vaaa, l’autopilota, è così bello stare al timone». Signore e signori, ecco il velista ecosostenibile collateralmente. Lui non risparmia perché inquina poco, lui risparmia perché ha il terrore di dover scendere e spingere la barca rimasta con la batteria scarica (ho sentito qualcuno definirla “sgonfia”). Sono figli di quella generazione, ora apparentemente eroica, ma in realtà ai tempi sembrava normale andare per mare così, che navigava su 25′ con una minima batteria servizi e un motorino fuoribordo. Attenzione, chi è così misurato usa lo stesso metro per tutto. A partire dall’acqua: i rubinetti di bordo saranno aperti non più di tre secondi per volta e non più di tre volte a testa al giorno.

«Abbassa la luminosità del display del navigatore!»

«Ma è giorno, non si vede niente…»

«Allora fa’ ombra sul monitor con le mani! E non aprire il frigo»

Il porto puzza. Entrare in porto e mettere due cime in banchina è come chiedergli di prestare la fidanzata a un gruppo di motociclisti ubriachi, mal vestiti e peggio intenzionati. Si fa, ma solo se c’è pericolo di vita. La sua, non della fidanzata. Anzi, la fidanzata sarebbe ben felice di fare due passi per bancarelle e negozietti, farsi un gelato sul lungomare (…un gelato, non un motociclista) o mangiare un risotto alla pescatora…peccato però che propedeutico a queste attività è l’attracco a terra. E siccome: è così bello stare in rada, senza nessuno intorno, con un cielo che «guarda che cielo!, senza vicini rumorosi, il viavai della gente che ti guarda in barca, la ressa per il rientro, no, no, meglio stare in mare. Rada tutta la vita!.. e poi hai visto quanti motociclisti stanno arrivando?!?!»

Safety first. «Ricordate, l’80% dei corpi ritrovati in mare ha la patta aperta.». Non pensate a cose strane, come avevo fatto io da ragazzino quando sentii il comandante di turno raccontare questo episodio, la morale è: in genere si cade fuoribordo quando si è rilassati (come quando si va a fare la pipì fuori) e non quando si è impegnati al lavoro. Ecco, quindi prevenire sempre e comunque. Con 10 nodi d’aria si mette il salvagente. Di notte anche le cinture di sicurezza e attaccate alla lifeline anche quando si sta in pozzetto. Voce a parte hanno le prese a mare: da chiudere rigorosamente dopo ogni uso delle vie d’acqua, compreso lo scarico del bagno. Per sicurezza, questo tipo di velista organizza una squadra di sottoposti che con controlli random verifica lo stato di chiusura delle prese a mare. Una volta scovato il pericolo si individua il responsabile che è prontamente gettato fuoribordo: tanto uno così non indossa né salvagente né cinture di sicurezza.

Leggi le altre puntate:

Il velista da crociera – Parte 1: il rapporto con le vele

Il velista da crociera – Parte 3: il rapporto con gli ancoraggi

 

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